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18 settembre 2017 – 10:26 |

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Peppe Voltarelli: cerco un battito vitale

Scritto da on 22 settembre 2014 – 09:00nessun commento

Quando ho capito di essere calabrese avevo già 19 anni e decisi di raccontare la periferia di provincia lontana da cui provenivo come se fosse un luogo e non un buco”. E la Calabria l’ha raccontata davvero, Peppe Voltarelli, usando parole e musica. Ormai lo fa da vent’anni e passa, prima con il Parto delle Nuvole Pesanti, poi nei suoi spettacoli, nei suoi album, al cinema (La vera leggenda di Tony Vilar, di Giuseppe Gagliardi), a teatro, insieme a un altro calabrese come Giancarlo Cauteruccio o prendendo a prestito le parole di Corrado Alvaro e di Saverio Strati.

 

Parole recitate e cantate nella lingua materna, ‘la prima lingua’, quella che

 

si difende dagli attacchi degli stupidi, io la proteggo dallo/ scempio del ridicolo/La incoraggio e la tolgo dal paniere dei prodotti seriali/è una lingua amara e forte e cammina per il mondo con la testa alta/ verrà il monumento/ che la celebrerà/prima o poi.

 

Il-Caciocavallo-di-Bronzo_nxfyh478E un monumento alla fine decideranno di innalzarlo, i calabresi. Un obelisco che si staglia all’orizzonte, visibile a tutti, per “santificare il formaggio più famoso della nostra terra”, il caciocavallo, simbolo del saper fare del popolo calabrese, ma anche specchio di mali atavici, difficili da smontare, di storie di partenza e di restanza, di scacco e di riscatto, di varia umanità in moto perpetuo tra la punta dello Stivale, l’Emilia, la Germania, l’Argentina, New York, che l’ex frontman de Il Parto descrive nel suo ultimo libro, Il caciocavallo di bronzo. Romanzo cantato e suonato (Stampa Alternativa).

 

Non un romanzo nè un diario personale, ma una navigazione tra pezzi di storia personale e collettiva, immagini che si susseguono, dalle Dolomiti della Calabria, l’Aspromonte, alla costa butterata dal cemento, alla terra infestata dai rifiuti, da Natuzza e S. Francesco da Paola, dalla Statale 106 (“avanguardia pura in quanto tale non può essere spiegata”), alle elezioni alle feste patronali, che non ci sarebbero senza Peppino di Capri e le ‘palate’, la rissa con i ‘forestieri’, a, soprattutto, Sua Maestà il lamento, lo sport più praticato da queste parti insieme al calcio,

arte nobile (che)… ci incoraggia/ a non perdere la voglia/ di cercare dei colpevoli/ di trovare responsabili/ dei nostri fallimenti storici /delle nostre buche in mezzo all’anima/delle paure dietro l’angolo… nella sconfitta la felicità.

 

 

Storie di ordinaria follia (ma non tanto) che scorrono inarrestabili come un fiume in piena, abolita la punteggiatura, unica sosta consentita i testi delle canzoni, “un segnale una boa delle luci per riconoscere la strada”, attinte da un repertorio ultraventennale, che inanella un nuovo album, Lamentarsi come ipotesi, pubblicato pressoché in contemporanea con il libro. Lui li definisce un manifesto di intenti, tra l’ironico e il surreale, della sua storia e di questa terra.

 

Storie da leggere e ascoltare insieme, dunque. Ne nasce uno spettacolo, Il Monumento, che Peppe sta portando in tour in tutta Italia, e che nei prossimi mesi toccherà anche l’Inghilterra, la Germania e il Sudamerica, un monologo in forma di teatro-canzone, un po’ teatro civile un po’ poesia popolare, sulla scia di quel battito vitale, come lo definisce lui, a volte appesantito e logorato dal tempo, ma vivo e vegeto in chi non si arrende, in chi crede ancora nell’onestà e nella giustizia, in chi si batte per raggiungere quella luce accesa, fuori dal tunnel.