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Premio Letterario Tropea Recensione del libro finalista Mia madre è un fiume di Donatella di Pietrantonio

Scritto da on 1 luglio 2011 – 12:26nessun commento

Iniziamo la pubblicazione delle recensioni dei libri finalisti del Premio Letterario Tropea 2011 grazie alla collaborazione con blogger e amanti della lettura.

Maria Franco è nata in Calabria e vive a Napoli. Insegna a Nisida dal 1984 e cura il blog Conchiglie con tanti spunti e suggerimenti per la lettura e un interesse per la politica e la devianza minorile.

Mia madre è un fiume, Elliot editore – esordio narrativo della quarantottenne dentista abruzzese Donatella Di Pietrantonio – è la storia di un difficile rapporto madre-figlia: “Il nostro amore è andato storto, da subito. Era troppo educata al sacrificio per permettersi il piacere di stare con la sua creatura. (…) Lei mi amava, ma aveva altro da fare. Lavorava, per sua figlia. Non venivo prima nei suoi pensieri e non l’ho sopportato. (…) Mi ha educata al sacrificio, la sveglia era alle sette anche a scuola chiusa, per non abituarmi all’ozio. Diceva che fa bene l’aria fresca del mattino. Ho disubbidito e sono colpevole per ogni felicità gratuita. Per ogni volta che non ci devo sputare il sangue. Misuro l’altezza del mio tradimento”.

Nel suo monologo, fluviale e, insieme, sincopato – un flusso di pensieri di ondeggiante linearità, che si allargano, si interrompono, ricominciano, si ripetono, hanno fretta di dirsi e, talvolta, si fermano per prendere un attimo di respiro – la figlia racconta la storia di Esperia, primogenita di sei sorelle e un fratello, figli di Fioravante e di Serafina, contadini di un Abruzzo “luminoso e aspro”.

Ne emerge, nitida,  l’Italia della metà del secolo scorso, patriarcale e ancorata ai ritmi della coltivazione agricola e dell’allevamento, senza luce e acqua nelle case, con strade mulattiere e scuole elementari raggiunte facendo chilometri a piedi. E l’affacciarsi della prima fase del boom economico, con l’acquisto, anche in alcune case contadine, della prima televisione e della prima macchina.

Su questo sfondo, saldamente realistico e, insieme, quasi mitologico, la storia del rapporto madre-figlia, tema ampiamente esplorato nella letteratura del post-femminismo, è inquadrato da un’angolatura molto particolare. Non è tanto la storia di Esperia, quanto il racconto per Esperia. Che, ad appena sessantadue anni, colpita da una forma di precoce senilità, comincia a non ricordare più, né le cose quotidiane – dove riporre una pentola, in quale cassetto mettere le maglie – né i fatti della sua vita e le persone, ormai evanescenti fantasmi, che l’hanno attraversata. La figlia –  professionista affermata, moglie separata e madre di un bambino – le racconta chi è, grazie ai ricordi di quello che ha co-vissuto lei stessa dell’esistenza della madre e di ciò che quest’ultima, negli anni precedenti, le aveva, a sua volta, raccontato.
Le parole della memoria diventano i conti che la figlia deve fare con sé stessa: “Ho chiamato ogni limite mia madre. Le ho imputato il mio volo zoppo. Lei è il mio pretesto. E’ causa, e motivo. Mia madre è un albero. Alla sua ombra mi sono giustificata. Si secca, anche l’ombra si riduce. Presto sarò allo scoperto”. E sono la medicina che risana nel profondo le incomprensioni di anni.

Ridandole parole – e, con esse,  cardini spazio-temporale e dignità dell’essere – la figlia offre alla madre un vestito con cui affrontare  il sofferto disorientamento dei giorni. E’ la ricomposizione di un amore, che non aveva trovato le adeguate modalità per dirsi. Ed è interessante notare che, nella stratificazione della scrittura e nell’uso dei tre pronomi – io, tu, lei, in cui  il lei equivale molto spesso al tu –  il più usato è la seconda persona: il bisogno assoluto di trovare la relazione che non c’è stata o, meglio, non è stata come si voleva: il “tu” come riconoscimento di un’alterità, ma di un’alterità “in relazione” con l’io, quindi di una vicenda che accomuna in un, mai pronunciato, “noi”.

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