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Saverio Strati, una voce fuori dal coro

Scritto da on 16 aprile 2014 – 08:20nessun commento

Aveva narrato un mondo contadino, poverissimo ma dignitoso. Un mondo che conosceva bene, Saverio Strati, che ci ha lasciati qualche giorno fa. Era il mondo in cui era nato, lui che, finita la scuola elementare, era andato a lavorare come muratore. Poi l’ occasione, inaspettata, di continuare a studiare, di iscriversi all’università, di poter frequentare le lezioni di un maestro come Giacomo Debenedetti, che gli farà conoscere Svevo e Verga, aiutandolo nella frequentazione di nuovi universi letterari.

 

saverio stratiPoi vennero la raccolta di racconti de La Marchesina, i romanzi Tibi e Tascia, A mani vuote, Noi lazzaroni (Premio Napoli 1972), Il selvaggio di Santa Venere (Premio Campiello 1977), Il diavolaro, Viaggio in macchina, Melina, I cari parenti. Oltre 40 opere, tradotte in diverse lingue, dove ciascuna contiene i semi di quella successiva, formando un “corpo unico”, come dirà in un’intervista.

 

I temi sono quelli della faticosa quotidianità del lavoro, della lotta senza requie per la sopravvivenza (“Sono stato e sono ancora uno di loro … mi sento più operaio che studente universitario” confesserà a Corrado Alvaro), del conflitto tra l’andare e il restare, dell’emigrazione…

 

Ma Strati è stato anche un intellettuale dallo sguardo lucido e acuto, capace di vedere scenari e cortocircuiti di un’epoca di là da venire, di questi nostri anni ‘sospesi’.

ilselvaggiocop“(Saverio Strati) ha anticipato problemi scottanti, attuali, come l’ immigrazione, lo sradicamento. La sua scrittura è alla stesso tempo realistica e sospesa. Nel Ritorno del soldato ci sono attese che rimandano a quelle di Godot “, afferma il regista calabrese Giancarlo Cauteruccio che, cinque anni fa, ha festeggiato al Teatro Studio di Scandicci gli 85 anni dello scrittore con la messa in scena de Il ritorno del soldato, storia di una famiglia meridionale come tante e di una guerra senza luogo e senza tempo, simile a quelle che si perpetuano, giorno dopo giorno, tra le montagne dell’Afghanistan o alle foci del Niger.

 

Quello di Cauteruccio è uno degli innumerevoli tributi ad uno scrittore schivo e riservato, più incline allo studio e alla scrittura che alla frequentazione dei salotti letterari, da cui si tenne sempre accuratamente a distanza, tanto da ritenere una “vera beffa” avere raggiunto il grande pubblico grazie a un “premio borghese” come il Campiello. Un cruccio tuttavia, Strati ce l’aveva: era l’amarezza di non essere compreso neanche da quella cultura di sinistra, con la quale s’identificava totalmente.

 

Pochi, in realtà, capirono la straordinaria caratura di un intellettuale che, fuori da facili retoriche e dagli ildiavolarocopstereotipi correnti,  fece dei suoi personaggi, intensi, ribelli e anticonvenzionali, dei prototipi universali ma anche i porta bandiere di un modo d’essere e di pensare che egli criticò aspramente. Pochissimi, poi, intesero l’attualità dello stile e del linguaggio di uno scrittore che riuscì ad utilizzare la forza ‘creativa’, la ricchezza, la profondità e l’enorme potenziale del dialetto senza rimanerne schiavo.

 

Un distacco che divenne poco per volta un solco profondo, fino all’ostracismo e alla defenestrazione dalla sua casa editrice, la Mondadori, le difficoltà economiche, parzialmente superate grazie alla legge Bacchelli.

 

E sì che molti anni prima Corrado Alvaro lo aveva avvertito “Non si vive scrivendo racconti o romanzi, sa … Specialmente in un paese come il nostro dove nessuno legge…”