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Scritture meridiane: la geografia fantastica di Giuseppe Lupo

Scritto da on 18 dicembre 2015 – 08:09nessun commento

Spesso gli scrittori (che sono figli della terra in cui sono nati e vi affondano i loro piedi per succhiare l’humus) giocano a nascondino con i lettori costruendo una geografia che di volta in volta muta nomi e titoli, individua città e campagne, definisce toponimi immaginari, destinati a diventare espressione di un’identità antropologica, precisa nelle coordinate spazio-temporali, ma favolosa e aleatoria nelle risultanze poetiche.


I luoghi, l’utopia, la scrittura.  Una scrittura complessa e lieve insieme, quella di Giuseppe Lupo, premio Campiello, solide radici in Basilicata e la testa a nord, dove vive e lavora, come docente di Letteratura italiana alla Cattolica di Milano. Considerato uno degli scrittori più talentuosi della generazione che ha appena superato gli ‘anta, Lupo arriva venerdì 18 dicembre ore 18.30 alla Ubik Catanzaro per presentare il suo ultimo libro, L’albero di stanze (Marsilio).

Giuseppe_Lupo_Lalbero_delle_StanzeDopo L’americano di Celenne (2000; Premio Giuseppe Berto, Premio Mondello opera prima, Prix du premier roman), Ballo ad Agropinto (2004), La carovana Zanardelli (2008; Premio Grinzane Cavour-Fondazione Carical, Premio Carlo Levi), L’ultima sposa di Palmira (2011; Premio Campiello-Selezione giuria dei letterati, Premio Vittorini), Viaggiatori di nuvole (2013; Premio Giuseppe Dessì) e Atlante immaginario (2014),  in L’albero di stanze la parola feconda e immaginifica di Lupo narra il susseguirsi del tempo e delle generazioni, il passaggio da un millennio all’altro e… da una stanza all’altra. E ancora una volta dà voce alla domanda che accompagna da sempre questo scrittore eclettico: come raccontare.
Perchè la letteratura è soprattutto capacità di raccontare (e raccontarsi),  invenzione, immersione in un mondo fantastico. Da Omero a Cervantes, da Boccaccio ad Ariosto, fino a Borges, è il filo rosso che unisce la grande letteratura.
Che ispira da sempre Lupo, che descrive così la sua nuova immersione nel mistero della scrittura.
Io non so se un albero ha la virtù di camminare (può darsi che ci sia un mondo dove questo accade), però non è azzardo se dico che L’albero di stanze, il mio romanzo che esce oggi in libreria per i tipi di Marsilio, ci ha messo quarant’anni per diventare libro. Un cammino lungo, molto lungo, cominciato quando io frequentavo la scuola elementare e pensavo a come raccontare la storia di una famiglia vissuta cento anni dentro un edificio di ventisette stanze: quattro generazioni che si sono affacciate nel Novecento e una, la quinta, già proiettata nel Duemila. A quell’epoca (appunto quarant’anni fa) io mi chiedevo non cosa raccontare: l’idea era abbastanza disegnata in testa, precisa precisa, scontornata delle cose inutili. Mi chiedevo come raccontare: in che modo dare forza a questa storia, quale espediente trovare per soddisfare le mie aspettative. Confesso che avrei voluto scrivere questo libro già in passato. Probabilmente l’ho anche fatto: il mio primo abbozzo di romanzo, scritto a vent’anni, si intitolava La casa aperta, d’estate. Un testo alla Pavese (di cui a quell’epoca leggevo tutto), che diceva di una famiglia dispersa, che tornava a radunarsi solo in agosto, nel mese delle ferie. Però, però… C’erano tanti però intorno a quelle pagine, che non diedi a nessun editore e che ho tenuto lì, sotto una pila di fogli impolverati, come il lievito nel futuro pane, in attesa di giorni migliori. In quel tentativo di scrittura c’era qualcosa che non mi convinceva, che mi faceva dire a me stesso: ciò che racconti può essere interessante, però non bruciare la legna troppo presto, aspetta che si faccia secca e leggera. Ho aspettato che la legna invecchiasse con me, ho aspettato che il silenzio di tutte le successive stagioni desse la corretta stagionatura ai personaggi impazienti di approdare sulla carta, che il passare del tempo mi facesse capire i nessi, le giunture, i bulloni, le viti che dovevano tenere insieme, una alla volta, le generazioni di questa epopea familiare. E nel frattempo, mentre il libro dormiva nella cenere o scorreva come un fiume sotterraneo, ho scritto altro: cinque romanzi, più il resto. Poi all’improvviso il come mi si è presentato davanti agli occhi: limpido e comprensibile, naturale, esplicito, senza forzature. E io non ho opposto resistenze al fiume che voleva scorrere. Cinque generazioni, una casa di stanze una sopra l’altra, il passaggio dal secondo al terzo millennio: la fatidica notte del 31 dicembre 1999. Tutto doveva cominciare e finire in quella notte, in cui il mondo non ha dormito aspettando l’alba. Anche il protagonista del mio libro non dorme per aspettare l’alba, ma la sua non è una festa, piuttosto la celebrazione di un rito antico e solenne, in compagnia di un vecchio guardiano che non ha età. Una domanda mi continuava a perseguitare: chi ha abitato nella Torre di Babele? La Bibbia non ce lo racconta. Ci dice solo quello che è accaduto dopo che l’enorme edificio era stato innalzato ma non finito: la confusione delle lingue, la discordia tra gli uomini, le guerre. La casa dove si ambienta la mia storia è un “albero di stanze”, una costruzione verticale. E io mi continuavo a chiedere: a chi affidare il racconto dei padri, dei nonni e dei bisnonni, vissuti dentro una torre? A chi se non a un giovane chiamato Babele, che non sente le voci degli uomini ma capisce perfettamente il linguaggio dei muri? Forse sono io Babele, forse Babele è l’uomo che sarei voluto essere: un sordo, un indovino. …