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Suduepiedi, in cammino per un mese sulle strade della Calabria

Scritto da on 1 agosto 2011 – 12:58nessun commento

Giuliano Santoro, trentacinquenne giornalista a luglio del 2011, nell’anno del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, decide di compiere in trenta giorni, percorrendo a piedi taccuino alla mano, un viaggio, non solo simbolico, della Calabria.

Ecco alcune sue riflessioni sull’esperienza appena conclusa.

 Come e’ nata l’idea di questo tour?

Intanto premetto che non cercavo alcuna “purezza”, tantomeno volevo risalire a una forma di “autenticità”. Amo le periferie urbane, leggo libri e ascolto dischi che esprimono quel contesto, mi piace attraversarle e scoprire i confini materiali e immateriali che le dividono dal “centro”, comprendere come lo spazio possa venire raccontato ed esplorato uscendo dalle strade tradizionali, magari per smascherare qualche barriera mentale che divide luoghi o anche per il gusto di osservarela vita associata e le sue invenzioni. Qualche mese fa ho pensato che in fondo anche la Calabria poteva essere percorsa con spirito simile e ho tracciato l’itinerario di massima di una passeggiata lunga un mese. Come ha spiegato l’urbanista Alberto Ziparo, la Calabria è ormai una enorme grande città, uno sprawl di cemento fatto da tanti paesi che attraversa la costa devastata dal cemento e dalle case abusive, dalle concessionarie di automobili, dalla colata sacra di cemento dei santuari e dalla arretratezza economica feudale di quei terreni. Allora ho proposto la cosa un po’ di soggetti che hanno accettato di sostenerla. Da subito, il progetto è nato con l’idea di sperimentare diversi media e farli interagire: il blog www.suduepiedi.net, il Quotidiano della Calabria che ha pubblicato il diario del cammino, i social network e la casa editrice Rubbettino, che stamperà il mio racconto del viaggio nella collana “Viaggi in Calabria”.

Quali scoperte “in cammino”? esempi positivi e negativi

Racconto una cosa positiva che mi serve anche a dire le cose negative. I ragazzi di Monasterace, studenti di archeologia che scavano l’antica Kaulon a spese loro. Lì ho trovato un rapporto con la storia non banalizzato, non c’è la “tradizione” da sagra paesana o da nostalgia dei bei tempi antichi (che in fondo non sono mai esistiti): Quella è la metafora della fatica di scoprire il passato e la sua complessità, senza affidarsi a narrazioni che sono tanto semplicistiche quanto inutili sull’Arcadia perduta. La tradizione spesso – in Calabria come in altri posti – non è altro che l’invenzione di un modo per rimuovere la storia. È un’invenzione fatta in buona fede, a volte, quindi ancora più pericolosa. Pensiamo solo a quanti festival dedicati alla cosiddetta “cultura locale” affollano la regione da anni. Spesso non c’è un’idea che li sostiene. Infatti non hanno prodotto nulla, ed è difficile trovare un posto in cui ci si è disabituati allo spazio pubblico come la Calabria.

Esiste in Calabria, secondo te, un’idea delle potenzialità (ne hai trovato esempi) oppure ognuno vive nel suo piccolo isolamento?

C’è sicuramente difficoltà ad uscire dalle dinamiche di campanile, iper-localiste. In fondo, l’orrore del mare inquinato cosa rappresenta, se non la difficoltà di pretendere sistemi integrati di depurazione, di raccordarsi agli altri per difendere il bene comune?

Quali le impressioni generali e finali dell’esperienza?

Il pensare è conseguenza del camminare. Perché essere in movimento dentro uno spazio significa riuscire ad ascoltarlo e non fidarsi delle storie che ti raccontano. Quindi per ripensare questa terra tutti dovremmo, almeno metaforicamente, lasciare le nostre case e metterci in cammino.

il blog http://suduepiedi.net/