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Torna in libreria Sharo Gambino con Il sesso dei gatti e altri racconti

Scritto da on 23 febbraio 2015 – 13:11nessun commento

Tante cose invidio a Sharo Gambino ma la cosa che gli invidio di più è l’acca…solo se l’avessi diventerei un hotel” pare abbia confessato Otello Profazio a proposito di uno dei più importanti scrittori calabresi, di tutti i tempi. Con quell’acca malandrina che influenzò sempre la sua vita, dalla nascita, quando Antonio e Fortunata Gambino, una fredda mattina di gennaio del 1925, decisero, forse per scaramanzia, dopo aver perso due figli, chiamati entrambi Eligio, di dare a quel bimbetto vispo e rubizzo un altro nome e, pensa che ti ripensa, vien fuori quel Sharo, con la h centrale.

 

Certo, non era facile portare in giro un nome così impegnativo, che rimanda nel significato a colui che è re e signore di un Sharo Gambinopopolo. Impegnativo anche politicamente, visto che il fascismo aveva tenacemente quanto stupidamente voluto negare il melting pot culturale e linguistico che costituisce pilastro e amalgama di qualsiasi popolo che si rispetti, e quell’acca, all’epoca, l’avevano dovuto togliere.

Poi, alla fine della guerra, Sharo (Sciaro per tutti) si riappropria del suo nome, per intero – e che importa se tutti gli pongono sempre la stessa domanda (Saro? Con la h?)- e comincia a firmare i suoi articoli su La Gazzetta del Sud, il Messaggero, il Tempo, il Giornale di Calabria, il suo romanzo d’esordio, Sole nero a Malifà, La mafia in Calabria, primo saggio su un tema esplorato più tardi in Mafia la lunga notte della Calabria e ‘Ndranghita dossier, che fanno conoscere e apprezzare dal grande pubblico e dalla critica nazionale questo scrittore che si definiva “uomo semplice e modesto” quanto aggressivo e anarchico davanti alla macchina da scrivere, convinto che la “vera letteratura” è quella ‘di denuncia’ , quella che contribuisce a migliorare la gente.

Così, vivono anni e anni. Quando saranno diventati adulti, non avranno conosciuto altro che i Piani di Centa, la Guglia, le Rùpole, Murmari e Conca di Triemi dove, dicono gli anziani, nei tempi antichi riposò una notte Guerrino il Meschino. Grandi, dopo il servizio militare o perché stanchi di guardare le capre del padre, cercheranno lavoro per conto proprio, andranno a scavare il ciocco per le bozze di pipa che viene pagato anche a mille lire il quintale. Risparmieranno, poi si sceglieranno una donna ed apriranno famiglia. Se non avranno la casa, se la costruiranno in pochi giorni, con blocchi di tufo o di cemento: un paio di stanzette e finestre piccole quanto perché ci entri un filo di luce. I primi giorni, la casa è pulita, poi il fumo la scurisce e pur essa sembra lì da mill’anni. (da Sole nero a Malifà)

gambino, il sesso del gatto copPoi arrivano Fischia il sasso, In nome del re schiavo, Plot, L’ombra sua torna, e la raccolta Il sesso del gatto e altri racconti, ripubblicato qualche mese fa da Rubbettino. 54 racconti e un inedito Il crocifisso, nei quali la voce di Gambino si esprime in tutti i suoi colori, di volta in volta ironica e sarcastica, abilmente descrittiva di luoghi, tradizioni e storie, capace di dipingere con pochi tratti volti e situazioni per restituirli al lettore nella loro essenza. Ma anche nella complessità, fatta di mistero e di sublime, di briganti, di ribelli e sconfitti, di emarginazione e miseria, e riscatto alla fine, di amore e odio per una terra, madre e matrigna, prodiga e arcigna insieme.

Il paese si ama e si odia, ma l’odio raramente è definitivo, aspetta l’occasione per stemperarsi, addolcirsi fino a trasformarsi del tutto e assumere la tinta e la sostanza del suo contrario, com’è di quegli innamorati che finito il bisticcio, chiarito un equivoco che aveva provocato la frattura, tornano ad amare con raddoppiata intensità.

Cantore delle piccole cose, raccoglitore di voci sommerse, l’ha definito Vito Teti, capace di raccontare senza cadere nella retorica e nel patetico un universo scomparso, fatto di quell’ ‘ordinaria’ quotidianità di cui abbiamo perso la memoria, di ‘piccole cose’ nella cui trama si celano le domande di sempre, replicate all’infinito nel tempo a qualsiasi latitudine: chi siamo e perché siamo su questa terra? Cosa significano davvero la vita e la morte?

Uno sguardo che dalla ‘cella’ di Serra San Bruno, il paese della Certosa, spazio, come amava definirlo, di solitudine e meditazione, si libera in uno spazio più vasto, in cui si alza, forte e chiara, la voce della poesia e della letteratura.

 

Il Dio della Perdita. Il Dio delle Piccole Cose. Non lasciava impronte sulla sabbia, né increspature nell’acqua, né la sua immagine nello specchio. (Arundhati Roy)