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Valentino Gentile e il dissenso religioso in Calabria. Intervista a Luca Addante

Scritto da on 8 dicembre 2014 – 10:04nessun commento

C’è un capitolo, perso nei meandri bui della storia e dimenticato dai più, che riguarda da vicino la Calabria. Siano nel 1500, Lutero ha pubblicato le su 95 tesi a Wittemberg, Zwingli e altri affermano la suprema autorità delle Sacre Scritture, Calvino dà vita a un progetto di cristianesimo riformato che si diffonde in mezza Europa. In quegli stessi anni diversi intellettuali lasciano l’Italia per raggiungere la Svizzera e altri Paesi, dove è possibile esercitare il libero pensiero e pubblicare le proprie opere senza timore di salire sul rogo o di cadere nelle fitte maglie dell’Inquisizione.

 

Tra di loro c’è un nutrito gruppo di meridionali, molti dei quali arrivano dalla Calabria, che portano in giro per il Vecchio Continente i loro travagli spirituali e una decisa opposizione a qualsiasi forma di dogmatismo, che provenga da Roma o dalla Svizzera calvinista, alla ricerca di una via modellata su quella di Cristo.  E’ un modo di guardare al mondo che, fuori dalle diatribe religiose, rivendica a tutti libertà di pensiero e di parola costruendo un ponte tra la tradizione umanistica e il pensiero moderno.

 

_Inquisition_by_Goya

Il Tribunale dell’Inquisizione di Francisco Goya.

Spicca in questo drappello di eretici scomodi e osteggiati da tutti un cosentino, Valentino Gentile, che si ribella apertamente alle posizioni intransigenti di Calvino che, di tutta risposta, lo fà incarcerare, conducendo personalmente il processo per eresia nei suoi confronti. Gentile, comprendendo che non c’è alcuno spazio per il dialogo e che i calvinisti sono alla ricerca di un capro espiatorio da immolare, accetta di sottoscrivere la confessione di fede, viene umiliato pubblicamente e costretto a bruciare i propri scritti, ma riesce a fuggire da Ginevra. Lo attendono anni di miseria e di incessanti spostamenti da un Paese all’altro, e il pericolo costante di essere denunciato, arrestato e ucciso, ostacoli che non lo prostrano, anzi, rinsaldano sempre più la sua determinazione e le sue tesi, che fà pubblicare e che fanno il giro d’Europa. Arrivano anche nelle mani di Calvino che è costretto a rispondergli con la sua Impietas Valentini Gentilis detecta et palam traducta, forse anche per tagliare le gambe alla scia di sostenitori del teologo calabrese (i gentilisti) che inizia a diffondersi ovunque.

 

Intanto Gentile continua a spostarsi, in un turbinio di polemiche: viene ancora arrestato, fugge, si ferma prima in Polonia poi in Moravia, finché non decide di rientrare in Svizzera dove si compie il suo destino, con un nuovo processo e la condanna a morte per eresia.

 

La biografia e la visione di questo esponente di primo piano del radicalismo eretico italiano sono state esplorate di recente, sulla scia degli studi di De00eresia 2lio Cantimori e Massimo Firpo, da Luca Addante, docente di Storia Moderna all’Università di Torino, in Eretici e libertini nel Cinquecento italiano, Roma-Bari, Laterza, 2010, vincitore del Premio Federico Chabod dell’Accademia dei Lincei 2011, e in Valentino Gentile e il dissenso religioso nel Cinquecento. Dalla Riforma italiana al radicalismo europeo, dato alle stampe qualche mese fà dalle Edizioni della Normale di Pisa.

Ne abbiamo voluto sapere di più e gli abbiamo posto qualche domanda.

 

Prof. Addante, lei si occupa da tempo di una pagina forse poco esplorata eppure importantissima per le correnti di pensiero moderne, il dissenso religioso nel Cinquecento, che ebbe tra i suoi ispiratori diversi intellettuali meridionali. Non è un caso che Napoli sia stata una delle capitali europee del radicalismo religioso nel XVI secolo. Com’è nata questa sua attenzione verso il movimento ereticale?  Chi erano gli eretici, a chi si ispiravano e qual era la loro visione?  E, soprattutto, dove volevano arrivare?

Sono giunto a studiare il dissenso religioso, e in particolare quello più radicale, per rispondere al problema storico che sto affrontando da tempo, il tentativo di costruire una genealogia storica dei diritti umani e in particolare dei diritti di libertà. La libertà religiosa, quelle di critica e ricerca, le libertà di pensiero ed espressione hanno radici più profonde della Rivoluzione francese, come usualmente si legge. Essendo partito io stesso da indagini sul Settecento rivoluzionario, ho avuto la percezione sempre più netta che quella storia avesse, almeno in parte, una genealogia più profonda, ed ecco come sono arrivato agli eretici. È anche grazie alle loro lotte (condotte pure a prezzo della vita) che la civiltà europea si avviò alle rivendicazioni sei-settecentesche dei diritti di libertà.

Che il Mezzogiorno ereticale avesse un ruolo in questa storia è acquisizione recente, in particolare a partire dagli studi di Massimo Firpo sul caposcuola del movimento valdesiano (il movimento ereticale di maggior successo in Italia) Juan de Valdés. Valdés (che morì nel 1541) visse a Napoli e raccolse attorno a sé un vasto movimento, con persone appartenenti a tutte le classi sociali (dalla grande aristocrazia dei Colonna, Gonzaga, Sanseverino a umili popolani). I più radicali di essi diffusero un messaggio di libertà che rompeva con ogni ortodossia. Non a caso, nella fase dell’esilio dall’Italia inquisitoriale, gli eretici radicali furono perseguitati anche dai protestanti. Di fronte a dogmi come la trinità, la divinità di Gesù, la verginità di Maria, la verità dei Vangeli, l’immortalità dell’anima, gli eretici italiani avanzarono formidabili critiche. E fu questo mettere in dubbio verità indiscutibili, rivendicando la libertà di farlo, che ne costituisce la cifra decisiva e il segno della loro modernità.

 

Dai suoi studi sui movimenti ereticali emergono anche alcune figure rogocalabresi di primo piano ma probabilmente ignote al grande pubblico, come Valentino Gentile, nato a Scigliano, contro il quale lo stesso Calvino scelse di scendere personalmente in campo per contestarne le tesi, e Girolamo Busale, nativo del vibonese, che fu tra i leader del radicalismo religioso nella sua fase italiana. Al di là di queste due figure, possiamo parlare di una Calabria ereticale?

Eccome! È quello che è emerso soprattutto nel mio libro su Gentile, edito dalla Normale di Pisa. Ma già nel mio Eretici e libertini nel Cinquecento italiano, uscito per Laterza nel 2010, avevo posto tra l’altro l’attenzione su due calabresi, Busale, appunto, e Francesco Calabrese (alias Renato) di Crotone, che a Napoli furono tra i leaders del radicalismo valdesiano. Trasferitosi nella Repubblica di Venezia, Busale riuscì poi a imporsi sul più numeroso gruppo radicale italiano, gli anabattisti del Nord-Est, prima di emigrare in terra ottomana per sfuggire alle persecuzioni.

Quanto a Gentile, egli fu attivo dapprima tra Napoli, Palermo e nella prima Accademia cosentina. Successivamente, fuggito dall’Italia come tanti altri eretici, divenne uno dei leaders del movimento radicale in esilio, muovendosi tra Ginevra, Lione (dove fu tra i capi del primo gruppo della storia a definirsi «deista»), la Polonia, la Transilvania, la Valacchia, la Moravia, Vienna, fino a tornare in Svizzera, dove sfidò apertamente le autorità calviniste a dimostrare che esistesse la trinità e fu condannato a morte nel 1566.

Grazie agli archivi dell’Inquisizione e ad altre fonti ora sappiamo che il dissenso religioso era molto diffuso nella nostra Calabria. Oltre a Gentile e Busale, ebbero un ruolo decisivo il barone di Monasterace Mario Galeota, il sacerdote di Paterno Apollonio Merenda, il futuro vescovo di Reggio Calabria (e due volte generale dei Minimi di san Francesco di Paola) Gaspare Dal Fosso di Rogliano. Ruolo cruciale ebbe pure un certo Giovanni de Alitto di Fiumefredddo, anch’egli frate dei Minimi che, dopo esser stato tra le figure chiave della propaganda valdesiana, fu arrestato dall’ Inquisizione e divenne una spia. Fu lui la prima causa di tanti arresti di valdesiani a Cosenza e pure della terribile strage dei Valdesi, nel 1561. Un abile doppiogiochista, che finì la sua carriera divenendo generale dei Minimi.

Il patriziato bruzio, l’Accademia cosentina e l’ordine dei Minimi furono ampiamente coinvolti nel dissenso ereticale. Tanto per dire, due fratelli di Bernardino Telesio (Paolo e Valerio) furono condannati all’abiura. Un altro fratello, Tommaso Telesio arcivescovo di Cosenza, fu minacciato d’arresto dall’Inquisizione perché insabbiava le inchieste. E lo stesso Bernardino dovette difendersi dall’accusa di avere negato l’immortalità dell’anima nella prima edizione del De rerum natura. In Calabria, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, furono numerose le indagini, gli arresti e le condanne: a Cosenza, a Castrovillari e altrove. Il che dimostra come il dissenso religioso in Calabria fosse una realtà collettiva.

Luca Addante con Rosario Villari e Massimo Firpo

Luca Addante con Rosario Villari e Massimo Firpo

Ci sono due cose che mi hanno colpito in Gentile. Intanto l’estrema tenacia e il coraggio dimostrato nel sostenere a ogni costo le proprie tesi. Prima accetta l’umiliazione e lo sfregio della propria dignità (oggi si direbbe immagine) di teologo e letterato nel primo processo ginevrino condotto da Calvino in persona (1558). Sfuggito alla morte, vaga da un paese all’altro, bussando a tutte le porte, accettando la miseria e le persecuzioni, e nonostante ciò, decide di sfidare di nuovo i calvinisti a casa loro. La seconda: mi sembra che nella galassia di movimenti che in quegli anni si coagularono intorno al dibattito religioso, ricorrano alcuni elementi comuni, come il culto per la tolleranza, la riflessione attenta su temi etici e politici,  l’uso della ragione. Atteggiamenti e idee che avranno un ruolo preminente nelle correnti di pensiero moderne e contemporanee…

Non c’è dubbio che Gentile sia una figura particolare. Non a caso, contrariamente a molti altri compagni che decisero di tenere una condotta più prudente, egli finì sul capestro. Ma è proprio questa sua straordinaria tenacia a rivelare come, di fronte al diritto di «parlare liberamente», gli eretici più conseguenti non si arrestassero neanche di fronte alla morte. Ciò risponde, mi pare, anche alla seconda parte della sua domanda. Come ho detto, la libertà religiosa (più che la tolleranza), le libertà di pensiero e d’espressione, le libertà di critica e di ricerca, sono tutte idee che gli eretici italiani sostennero con una modernità e una forza straordinarie, giocando un ruolo decisivo nelle evoluzioni del pensiero moderno. Il che vale sicuramente anche per l’atteggiamento razionale con cui si posero di fronte ai dogmi e alla stessa sacra Scrittura.

 

 

Come mai una porzione così significativa del pensiero occidentale è oggi circondata da diversi pregiudizi e in ogni caso appare  poco esplorata?

Le cause sono diverse. In parte storiche ma soprattutto storiografiche. In un primo momento, con gli studi sulla libertà religiosa del grande giurista Francesco Ruffini (uno dei pochissimi professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo), e, soprattutto, dopo il capolavoro di Delio Cantimori (Eretici italiani del Cinquecento del 1939), gli studi italiani avevano posto al centro il problema dei movimenti ereticali, visti come formidabili portatori di istanze di libertà per le plaghe europee. Si trattava di narrazioni di grande respiro, cui però seguì un ripiegamento degli studi in una prospettiva sempre più specialistica e talvolta asfittica, che ha portato a una netta contrazione negli studi ereticali e alla loro scomparsa dall’agenda degli studi italiani ed europei. Da qualche anno, però, la situazione registra una controtendenza, e ricordo gli studi di Firpo dai quali ho tratto spunto io stesso, ma gli esempi sono sempre più numerosi.

Del resto, è davvero assurdo per noi italiani concentrarci da decenni sull’Inquisizione e non studiare uno dei movimenti sorti nel nostro paese che ebbero maggiore influenza sulla cultura europea. Se la civiltà occidentale s’identifica tra l’altro per la difesa dei diritti, per il suo anelito alle libertà, allora l’Italia ha un ruolo ben maggiore di quello che le si riconosce di solito. E quel ruolo lo ebbe anche la Calabria, il che mi porta a contestare con forza le letture che insistono sui briganti o su invasori come Alarico per definire la nostra identità culturale. La Calabria più alta è quella dei suoi arditi intellettuali, dei Gioacchino da Fiore, Bernardino Telesio, Valentino Gentile, Tommaso Campanella, Marco Aurelio Severino, Tommaso Cornelio, Gianvicenzo Gravina, Domenico Grimaldi, Francesco S. Salfi, Benedetto Musolino e tanti altri! È su personaggi come questi che dovremmo costruire un’identità culturale positiva, non sui briganti o sugli invasori. È come se fra cent’anni celebrassimo la ’ndrangheta invece di grandi personalità calabresi di oggi come Rosario Villari, Salvatore Settis o Stefano Rodotà!