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Carmine Torchia torna a sorprendere con Affetti con note a margine

Scritto da on 6 novembre 2015 – 08:36nessun commento

E’ considerato uno dei cantautori italiani da tenere d’occhio. In realtà Carmine Torchia, salde radici nella Presila catanzarese, a Sersale, e la testa molto più a Nord, non è esattamente un esordiente.

Tre album già pubblicati (Mi pagano per guardare il cielo, Alterazioni, Bene) dal 2008 in avanti, che hanno conquistato critica, che lo ha premiato con il Premio SIAE e il Premio Afi a Musicultura,  e pubblico.

carminetorchia_nUn pubblico che accorre nei suoi spettacoli, al chiuso e nelle piazze, lo applaude, si fida e  affida a questo spilungone dall’occhio buono che somiglia più a un personaggio di una graphic novel che a un poeta e musicista, eclettico e talentuoso, capace di passare da De Chirico a Lorenzo Calogero, dal palco al video al teatro. E che da settembre aggiunge un’altra perla al suo songbook con il suo ultimo album, Affetti con note a margine (Private Stanze/Audioglobe), che il prossimo 9 novembre viene presentato anche a Lamezia Terme alla Libreria Sagio Libri con il contributo del Collettivo Manifest.

13 brani più una cover, Il tuo stile, dedicata al Maestro di tutti, Leo Ferrè. 13 lettere mai spedite, tenute nel cassetto, custodite gelosamente nel tempo e ora inviate in un colpo solo, come un atto liberatorio. O come un tentativo di riallacciare un dialogo fitto con un pubblico attento e aperto, pronto a non farsi sfuggire una scrittura breve e contratta, che si avvolge attorno a testi meditati,  a storie di ordinaria precarietà esistenziale.

Bozzetti, piccoli dialoghi, riflessioni, in cui si intrecciano sarcasmo, denuncia politica, lettera d’amore, melodie dolci come ninne nanne (in cui Carmine ritorna alla lingua materna), ritratti appena abbozzati.

Belli gli arrangiamenti, sostenuti dagli archi, con incursioni anche inaspettate carmine-torchia_-acnam-cover(vedi gli echi jazz in AnnaLisa), e la voce capace di intense modulazioni che si armonizza a drumming intensi e all’energia potente delle chitarre.

A chiudere è una lettera-manifesto, malinconica e disincantanta, indirizzata a una intera generazione, quella dei nostri genitori, colpevole di avere creduto – e di essersi smarrita dietro- nelle sirene di un’ “epoca d’oro“, che echeggiano dagli schermi televisivi e dai proclami del Dio ipocrita dell’economia, lasciandoci, inermi, sotto le macerie di “questo clima di orrore”.