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Speciale Primavera dei Teatri 2015: Bollari, storie di mare e marinai dalle coste dello Jonio

Scritto da on 4 giugno 2015 – 16:52nessun commento

˝Bollari˝ è un urlo che squarcia l’attesa. Un richiamo ancestrale del mare, da dove tutto ha avuto origine. È una speranza non sempre corrisposta. Una voce che richiama al dovere. Nella scena buia, un pescatore s’adopera per guidare la sua barca. Con un braccio muove il remo con un movimento circolare. E con l’altra mano batte il tempo sul petto. Comincia così Bollari. Memorie dallo Jonio…

Comincia così Bollari. Memorie dallo Jonio, di e con Carlo Gallo, presentato, come produzione del Teatro della Maruca di cui Gallo è tra i fondatori, con lusinghieri riscontri al pubblico esigente di Primavera dei Teatri.

˝Bollari!˝. ˝Bollari!˝. ˝Bollari!˝, urla l’uomo entrando in scena.

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Ph. A. Maggio

Un urlo di gioia. Che rimbalza di bocca in bocca, e di barca in barca. Da pescherecci come la « Cecella », dove gli uomini, i volti scavati dal sole e dall’angoscia, si preparano all’assalto dopo l’avvistamento al largo degli attesi banchi di tonno. Sarà guerra, totale, spietata, homo contro resto del mondo, senza esclusione di colpi, specie quelli portati gettando bombe in mare, pratica peraltro illegale e altamente pericolosa, tanto per gli uomini che per i fondali. Ma la fame è fame, anche sul finire degli anni ’30, anche sotto il Fascismo che promette ciò che non può o non sa o non vuole mantenere, e le pance vuote di chi rimane a terra attendono d’essere riempite.

˝Bollari˝ è una parola antica, tradotta o più verosimilmente storpiata nella vulgata dei pescatori dello Jonio, in particolare del soveratese. Di cui si appropria il crotonese Carlo Gallo – allievo di Arturo Cirillo, Carlo Boso e Anna Maria Guarnieri, con all’attivo ruoli cinematografici in ˝Uno per tutti˝ di Mimmo Calopresti e nel cortometraggio ˝Nessuna croce manca˝ di Andrea Belcastro – per ri-creare una piccola-grande dimensione della memoria, questo delicato Bollari. Memorie dallo Jonio che è pura narrazione, linguisticamente interessante per le sue invenzioni e il suo agile saper passare dai toni leggeri a quelli tragici, e dal realismo al sogno, lieve eppure consistente prova anti-epica.

foto 3

ph. A. Maggio

Frutto dell’albero piantato dal Teatro della Maruca in una terra per tanti versi difficile, di un paziente e ormai corposo lavoro di recupero di «memorie orali per strade, porti, mercati e campagne», lo spettacolo – che si avvale dei costumi di Angelo Gallo e degli amichevoli consigli di Peppino Mazzotta – racconta una storia con diversi livelli di lettura. È difatti una piccola storia di uomini che quasi si erge sulla grande storia del Ventennio, pur non potendosene né volendosene disfare, e su tutto il tronfio arsenale di prepotenze e velleità littorie – come insegna l’aneddoto iniziale del cammello rimasto impigliato nelle reti, emblema quasi kubrickiano della stupidità di qualunque guerra.

È una parabola sull’amicizia e sull’inimicizia, tra uomini che conducono una vita durissima, con levatacce notturne per andare per mare, spesso senza neppure la grazia di pesche copiose, fatalmente costretti a pestarsi piedi e reti l’un l’altro. È la storia secondaria, marginale, persino disgraziata di esseri pressocché invisibili, come il Suricicchio capace alla fine di trovare un inaspettato riscatto morale. Ed è una storia famigliare, quindi anche di cose dette e di altre non dette, che lega strettamente l’io narrante a suo papà, il giovane pieno di vita e di ingenue gagliarderie a quel mastu Rafele sommo esperto di maree e di fondali, il che non gli aveva impedito di giocarsi una mano a causa di una delle bombe da lui stesso fabbricate per uccidere i tonni. Né gli impedirà di perdere la vita, per bisogno e per ossessione, come un novello Achab. È, infine, la rappresentazione simbolica della vita e delle sue ragioni, del fato e della natura invincibili.

Su questa molteplicità di livelli, Carlo Gallo costruisce un tessuto drammaturgico tanto essenziale quanto efficace, e come contraltare alla immutabilità del fato (o, se si preferisce, della condizione umana, poco importano l’epoca o il sistema sociale) fa del passaggio dei tonni una sorta di epifania della speranza, un segnale di riscatto e di una recuperata dignità umana.

˝Bollaaaaaariiiiii!˝

Antonello Fazio