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Antonio Ligabue, la tragedia, la visione. Una mostra al Museo del Presente a Rende

5 gennaio 2018 – 11:08 |

Chi non conosce il suo volto scavato, dominato da quegli occhi enormi, che ti osservano da distanze insondabili, immortalato in decine di autoritratti. Chi non conosce la sua vita, che sembra una tragedia greca, un padre mai conosciuto, una madre …

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Speciale Primavera dei Teatri 2015 con Mario Perrotta e Tindaro Granata. L’intervista

Scritto da on 1 giugno 2015 – 11:49nessun commento

Non solo spettacoli a Primavera dei Teatri 2015 che propone, come di consueto, un ricco pacchetto di iniziative collaterali, tra incontri, presentazioni di libri, la mostra del pittore catanzarese Luca Viapiana, INCHIOSTROPAGANO, “geometrie interiori di un Sé fortemente esistente, vibrante ed impersonale, individuato ed anonimo, insistito ed episodico” impresse su vecchi scontrini.

Tindaro-Granata1-400x215PdT ospita anche il laboratorio teatrale di Tindaro Granata, Premio Enriquez lo scorso anno per il testo Invidiatemi come io ho invidiato voi, uno degli attori più talentuosi della nuova leva, che spinge i suoi allievi ad allontanarsi dalle convenzioni sceniche per condurli ad esplorare lo spazio teatrale attraverso la musica, il corpo, l’immaginazione.

In questa intervista (gentilmente concessaci da Castrovillari.tv) ad Antonello Fazio, parla di sè, del suo essere nel mondo e sulla scena, del suo rapporto con il teatro e con la sfera dell’umano.

Cercate di essere degli dei quando salite sul palcoscenico, perchè la bellezza arriva soltanto lì, non nel momento in cui dovete fare questa strada per salire lassù. Tutta questa strada è melma, è feccia. Quello è il nostro spazio in cui possiamo essere puliti e belli. Per me il teatro è una mamma un po’ puttana, un po’ cattiva ma sempre una mamma. …Mi sento il figlio di una Mamma Roma di Pasolini, una Magnani meravigliosamente generosa, a volte severa, ma che non riesco a capire tanto…

A Castrovillari arriva anche con Milite Ignoto. Quindicidiciotto Mario Perrotta, più volte premiato con i prestigiosi Ubu e Hystrio, artefice di un teatro di testimonianza che guarda alla nostra Storia più recente  attraverso i volti e le voci dei suoi protagonisti. In questi anni ha parlato di emigrazione, è entrato nelle pieghe della vita e della visione poetica di artisti come Billie Holiday e di Ligabue e raccontato la Grande Guerra muovendo dalle storie di chi ha combattuto, “carne da cannone” cui ridare dignità e voce, al posto di quanti, come il generale Luigi Cadorna, ne piegarono cinicamente e senza pietà le vite all’arroganza del potere. Storie di diseredati del mondo,  che raccontano la solitudine, la mancanza di amore, la vita irregolare, le deviazioni dalla strada maestra.

Cerco ogni volta di cambiare, intanto per me perchè è troppo facile sedersi sugli allori del lavoro precedente, e per non cadere negli stereotipi, per non fare sempre lo stesso spettacolo semplicemente cambiando argomento. Sopratutto non dimentico mai che il teatro lo faccio per la gente più che per gli addetti ai lavori…Se non vogliamo ridurci a una cosa di nicchia, che ce la cantiamo e ce le suoniamo tra di noi, dobbiamo fare spettacolo per il pubblico. Io aspiro a un teatro in cui ci sia la casalinga di Voghera e l’intellettuale critico che conosce il mio lavoro da anni e che entrambi possano avere un piano di lettura e goderne, sia pur in modo diverso. Questo è l’unico modo: tornare per strada, uscire fuori dai teatri e recuperare le persone al teatro, per far capire che siamo meglio di certa televisione.

 

La Recensione

Milite Ignoto. Quindicidiciotto (presente al festival in prima nazionale e prodotto da Permàr/Archivio Diaristico nazionale/dueL/La Piccionaia) è un lungo, emozionante monologo scritto ed intepretato da un Mario Perrotta in permanente stato di grazia (artistica).

La scena è essenziale: campeggia al centro una trincea circondata da sacchi di sabbia, immersa in uno spazio “negro”, di tanto in tanto solcata da un proiettile vagante, interrotta dal boato di un’esplosione.

Comincia così, su uno spoglio pezzo di terra, il lungo racconto di Perrotta e del suo milite ignoto (straordinario compendio umano di dolore, ironia e appassionata indignazione antibellica), autentica orazione civile sappunto_milite_ignoto2015ulla cosiddetta Grande Guerra. Comincia così, con un cenno alla Patria (madre in parto e nel voler matrigna?) «che andate a spiegarla voi, cos’è, a noialtri che stiamo nei campi, che zappiamo la terra», che è un concetto buono «per quelli là, per la gente studiata, la gente de’ libri, che pensa pensieri perché non deve pensare a come campare e non ha altro da fare». Studenti, intellettuali, avanguardisti e futuristi, generali e strateghi. Ma al fronte, loro non ci vanno. Ci vanno, invece, i poveracci, la “carne da cannone”, i sacrificabili nel nome dell’Ideale.

Ed ecco scaturire dalla storia non ufficiale una straordinaria, indimenticabile galleria di personaggi popolari, da ogni dove d’Italia, gettati in una babele di lingue e dialetti (che purtroppo costò la vita a tanti di loro, incapaci di comprendere gli ordini dei comandanti) ma uniti da un comune tragico destino: siciliani e piemontesi, napoletani e veneti, pugliesi, lombardi, calabresi, romani e toscani: tutti precettati per liberare Trento e Trieste e quindi gettati nella tragedia claustrofobica delle trincee sul Carso, con i piedi nel fango e nell’acqua, per ore, giorni, mesi – mentre il Piave, semplicemente, se ne frega di quella umanità mandata al macello. Soldati che piangono e che ridono, che scrivono alle mamme e alle fidanzate, che aspettano di poter assestare al nemico Austroungarico i promessi “tre colpi di spalle” della retorica cadorniana e tornare a casa. Soldati e uomini, stanchi, affamati, confusi, progressivamente deprivati della loro identità. Ora salvi dall’ultimo assalto alla baionetta, ora colpiti a morte, col sangue rappreso che si mescola al fango, ai rantoli, ai corpi. Fino all’ultimo assalto, e chissà per chi terrà il Signore Iddio, se ce n’è uno per gli italiani e uno per gli austriaci. L’ultimo assalto e la morte. Quindi la creazione artificiosa e irriguardosa della figura del Milite Ignoto, fra celebrazioni di facciata e retorica patriottarda. Ma – ed è l’estremo invito di uno spettacolo di eccezionale valore civile – nulla di tutto questo chiede chi ha perso la vita per soddisfare le fregole pseudonazionaliste di studenti, intellettuali, avanguardisti e futuristi, generali e strateghi.

Nulla di questo. Solo che quand’è possibile ci si fermi davanti ai monumenti e nelle piazze intitolate alle migliaia e migliaia di caduti di questa guerra. A pensare. A ricordare. E poi, in fondo, solo silenzio.

Antonello Fazio