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5 gennaio 2018 – 11:08 |

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A 100 anni dalla morte Milano celebra il genio di Boccioni con una retrospettiva

Scritto da on 24 marzo 2016 – 08:25nessun commento

1916, Prima Guerra Mondiale. Un’esercitazione militare, un cavallo che si imbizzarisce e disarciona il cavaliere. Muore così a soli 34 anni Umberto Boccioni, una delle stelle più luminose delle avanguardie artistiche europee. A 100 anni dalla morte, Milano lo ricorda con una mostra a Palazzo Reale nella quale dal 23 marzo saranno esposti dipinti, sculture, incisioni, oltre a 60 disegni e diversi documenti inediti. Un’occasione preziosa per ricordare l’originalità e l’attualità di questo grande visionario che ha lasciato un’eredità indelebile.

 

Nato a Reggio Calabria da genitori romagnoli, Boccioni compie la sua formazione a Roma con Gino Boccioni autoritrattoSeverini e Mario Sironi nello studio di Giacomo Balla, prima di conoscere Marinetti, con il quale firma il Manifesto dei pittori futuristi e poi il Manifesto del Movimento futurista. La città, le macchine, il caos della vita quotidiana, il corpo in movimento nello spazio sono i temi esplorati dal futurismo e percorsi magistralmente da questo artista che adora la grande arte italiana e nello stesso tempo la contesta, sostenendo la necessità di liberarsi dai codici e dai modelli del passato per abbracciare totalmente la contemporaneità. Percorrendo il presente con la febbre dello slancio vitale, dell’intuzione creativa, consentendo alle energie interiori di liberarsi e di prorompere in tutta la loro potenza.

La sua è arte della visione, e dell’espressione insieme, in cui “azione e contemplazione sfumano l’una nell’altra“, come scriveva Vincenzo Trione su La Lettura del Corriere di qualche giorno fa.

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U. Boccioni, Le forze di una strada

I suoi quadri si consegnano a noi come vascelli che assorbono le correnti della vita e si mescolano con quel flusso….La prospettiva non tiene più. Assorbe effetti, impulsi. Pur densa e compatta, diviene indefinita, instabile… Orizzontali, verticali e angoli sono sostituiti da parabole, da iperboli, da spirali e da ellissi: curve concave e convesse, capaci di suscitare ipotesi fantastiche. Sulle orme degli artisti barocchi – che avevano impresso moto alle salde icone rinascimentali- Boccioni dinamizza…le “conquiste” del cubismo: dà azione alla forma cristallizzata. Concepisce il moto come forza fisica che conduce i corpi al limite della loro elasticità, lasciandoli deflagare in varie “stazioni” delle sue opere.

Indagare i fenomeni dal di dentro, entrare “negli ingranaggi del mondo, per disarticolarli”. Una ricerca che percorre come un ideale fil rouge la sua pittura come la scultura, magnifica ossessione, e le incursioni nell’architettura. Il movimento, il rapporto tra il dentro e il fuori, l’unità spaziale tra oggetto e ambiente, intessono le opere pittoriche, la scultura e lo skyline delle città, dove alla successione di case si sostituisce il dinamismo tra edifici, i subway e i diversi piani dei tunnel ferroviari.

Sono nauseato di vecchi muri, di vecchi palazzi, di vecchi motivi di reminiscenza: voglio avere sott’occhio la vita di oggi – scrive nel suo diario-. I campi, la quiete, le casette, il bosco, i vini rossi e forti, le membra dei lavoratori, i cavalli stanchi, tutto questo emporio di sentimentalismo moderno mi hanno stancato. Anzi, tutta l’arte moderna m’appare vecchia. Voglio del nuovo, dell’espressivo, del formidabile.

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U. Boccioni, Sviluppo di una bottiglia nello spazio

E il nuovo arriva con Sviluppo di una bottiglia nello spazio, in cui il dinamismo plastico è portato all’ennesima potenza, grazie a una spinta centripeta che avvita la forma su se stessa abbattendo tutti i confini, fino a fondere l’oggetto con l’aria. Con Forme uniche nella continuità dello spazio  o con Fusione di una testa e di una finestra, opera nella quale Boccioni sperimenta il polimaterismo anticipando l’ assemblaggio pop. Mentre in Dinamismo di un cavallo in corsa + case,  legno, cartone e metallo si fondono ottenendo una spettacolare compenetrazione di piani.

Certo, c’è molto di Boccioni in pittori come Burri o Pollock  o in scultori come Cornell ma, prosegue Trione, per incontrarne gli eredi  bisogna probabilmente volgere lo sguardo verso il mondo del design e  verso architetti come Calatrava, Gehry (che ammette di essersi ispirato per il Guggenheim di Bilbao a Sviluppo di una bottiglia nello spazio), Renzo Piano, Zaha Hadid e il neo-futurism, nei quali rieccheggiano molte intuizioni del fondatore del futurismo. Ad iniziare da quel volere sottrarsi alla staticità e all’immobilità, rompendo il legame con il  tessuto urbano per restituire all’architettura valore comunicativo e performativo, inseguendo poesia e allegoria, meraviglia e stupore.

I visionari, scriveva Focillon, non vedono il mondo: lo visionano, appunto. Conferiscono al reale “una vivacità, una intensità, una profondità stupefacenti”. Con “lucidità febbrile” ne svelano angoli segreti, volumi nascosti. L’arte, per loro, è “ossessione eroica”…La loro ambizione: trasfigurare i fenomeni, fino a renderli irriconoscibili. E’ quel che fa Boccioni. Ed è quel che provano a fare i “boccioniani”.