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Antonio Ligabue, la tragedia, la visione. Una mostra al Museo del Presente a Rende

Scritto da on 5 gennaio 2018 – 11:08nessun commento

Chi non conosce il suo volto scavato, dominato da quegli occhi enormi, che ti osservano da distanze insondabili, immortalato in decine di autoritratti. Chi non conosce la sua vita, che sembra una tragedia greca, un padre mai conosciuto, una madre morta giovanissima insieme agli altri figli, per motivi forse mai completamente chiariti, una infanzia errabonda trascorsa vagando con la famiglia adottiva da un paese all’altro della Svizzera, poi le prime crisi nervose, l’espulsione, gli ingressi e le uscite nei manicomi, la vita da emarginato, di miseria e solitudine a Gualtieri, lungo gli argini del Po, l’attenzione, dopo la guerra, di critici e mercanti d’arte.

Chi non ricorda i suoi animali straordinari che evocano immediatamente quelli di Rousseau il Doganiere, ligabue-tigrele tigri dalle fauci spalancate, i cani da caccia che si aggirano tra l’erba alta e azzannano la preda, puntando due occhi umani sull’osservatore, due galli che si azzuffano, sanguinari King Kong che rapiscono Ann Darrow nella foresta, il serpente che avvolge tra le sue spire un leone. Chi non conosce Antonio Ligabue?

E invece, quando davanti a te scorrono le foto e i dipinti di questo artista senza pari, a lungo confinato nella categoria del naive e che tuttavia nelle sue opere percorre lo spazio e il tempo toccando l’arte gotica, Brughel, gli impressionisti, Van Gogh e Chagall, scopri che quello di Antonio al Matt, come lo avevano soprannominato i compaesani di Gualtieri, è un pianeta misterioso, che occulta dietro i colori luminosi e la galleria di personaggi che ricordano i manifesti del circo e quelli cinematografici una poetica rabbiosa, conflittuale e aggressiva. Sublimata in quegli autoritratti seriali, in cui dipinge se stesso nella stessa posizione, il paese ligabue5sullo sfondo, un rapace che si libra nel cielo, il volto martoriato, ridotto a una maschera che ricalca il suo bestiario fantastico. Scrive lo scrittore Alberto Manguel, traduttore di Borges, in un testo del catalogo edito da Skira che accompagnava la mostra organizzata per celebrare l’artista a quarant’anni di distanza dalla sua scomparsa:

Non sappiamo, naturalmente, che cosa vedesse Ligabue, ma possiamo osservare ciò che ha cercato di testimoniare, e queste rappresentazioni sono per il pubblico più vere della cosa vera. Le sue visioni sostituiscono le nostre. Le sue tigri e le altre sue creature selvagge — i gatti assassini, i ragni giganti, i lupi cattivi — prendono il posto, con sorprendente violenza, degli animali in gabbia dei nostri zoo urbani e delle bestie dei libri illustrati della nostra infanzia. Anche nelle sue scene di serene attività pastorali — l’aratura della terra, l’artista e la sua motocicletta (la stessa che gli sarebbe stata fatale) raffigurati durante una gita in campagna, la fattoria con i suoi pollai e i suoi cavalli aggiogati — trasudano un senso di pericolo dietro il loro aspetto di vita quotidiana. In queste scene, è accaduto, o sta accadendo, qualcosa di cui non siamo a conoscenza, o sta per accadere e verrà sparso del sangue. Il nostro sangue, forse, se non stiamo attenti.

Questo senso di minaccia o di timore viene in parte dalle stesse immagini raffigurate, ma in parte anche dal tessuto fisico dei dipinti, dalle spesse pennellate di colori primari, dalle forme ben definite delle zanne e degli artigli, dei rami e delle piume. Le creature di Ligabue e i loro paesaggi sono tangibilmente presenti, letteralmente sulle nostre facce, e premono fisicamente su di noi rivendicando il posto che gli spetta tra i vivi. … Ligabue fu più volte spogliato della sua identità. Solo quando l’artista Renato Marino Mazzacurati scoprì il talento di Ligabue e lo aiutò ad acquisire la tecnica pittorica, Ligabue cominciò a scoprire dei lineamenti che poteva definire suoi in autoritratti apertamente provocatori. In ognuno di essi, gli occhi nel viso emaciato guardano di lato, come sfidando lo spettatore a spostare il suo sguardo verso un angolo invisibile al di là della cornice.

Una zona visibile, forse, a lui solo. O forse no, per chi ricorda il magnifico ritratto che ne fece Flavio Bucci nello sceneggiato televisivo diretto da Salvatore Nocita che lo fece conoscere al grande pubblico, o  Cesare Zavattini in un testo, come scrive Giovanni Raboni, “di provocatoria semplicità e crudezza”. ligabue 1

Per conoscere il pianeta Ligabue il Museo del Presente di Rende (Cs) propone a partire dal 19 gennaio e fino al 17 febbraio oltre 40  opere tra dipinti, sculture, incisioni, disegni e oggetti personali, in un progetto di Associazione n.9 , in collaborazione con la Casa Museo Ligabue di Gualtieri ed il Comune di Rende, con il contributo di Mediolanum.