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Buon 25 aprile, Comandante Frico!

Scritto da on 25 aprile 2015 – 09:47nessun commento

Quest’anno avrebbe compiuto 98 anni, Federico Talarico. Alto, occhi azzurri, capelli neri e pizzetto, somiglia più ad un divo del cinema che ad un ufficiale del Regio Esercito che, come centinaia di militari italiani,  nei mesi concitati e caotici che seguirono all’8 settembre 1943, scelsero di continuare a combattere per il Paese nella Resistenza.

Partito dalla Calabria, Federico si arruola nell’esercito come volontario ed è a Torino quando arriva la notizia dell’armistizio. Nelle vallate piemontesi sono già diversi i gruppi che prendono le armi contro i nazifascisti. Tra questi ci sono anche due crotonesi, Giulio e Franco Nicoletta. Con il fratello Antonio e parte dei soldati del suo reparto, Federico li raggiunge e col nome di battaglia di Frico comincia la sua avventura tra i partigiani della Val Sangone.

partigianiAl comando di una delle cinque bande che fanno capo alla Brigata della Val Sangone, il cui comando unico verrà affidato dal CLN a Giulio Nicoletta, uno dei più noti e rispettati comandanti partigiani, Frico, a capo di oltre 300 uomini tra ex militari, civili, prigionieri di guerra, russi e cecoslovacchi disertori delle SS, appartenenti alla Repubblica Sociale di Salò, partecipa a diverse azioni, alcune delle quali sono entrate nella storia.

A marzo del ‘44 Frico partecipa ad uno degli episodi più dolorosi e cruenti per la vallata. Dopo un rastrellamento delle SS, a Cumiana, i partigiani di Nicoletta catturano 36 nazifascisti. La rappresaglia è terribile. Le SS si vendicano uccidendo 50 civili. Un massacro. Un crimine di guerra per Frico, che non riuscirà mai a dimenticare.  Qualche mese più tardi, insieme ad  altri partigiani, Frico distrugge il radio-faro di Piscina mettendo fuori uso il sistema di sicurezza del campo di aviazione usato dagli aerei tedeschi, che subito dopo abbandonano l’area.

Il suo nome comincia a circolare nelle valli. Lui è e resta un militare, indossa ancora l’uniforme con le stellette da ufficiale, organizza militarmente la sua brigata, PARTIGIANEpianifica minuziosamente le azioni. Quelli di Giustizia e Libertà, della Garibaldi, della Matteotti, le brigate di matrice comunista, e i capi partigiani come Eugenio Fassino, padre di Piero, lo rispettano e chiedono la collaborazione sua e dei suoi uomini, specie nelle azioni più difficili.

Poi, nel gennaio 1945, Frico viene catturato dai tedeschi, che lo riconoscono e, dopo un lungo interrogatorio, concluso senza aver ottenuto i nomi degli altri comandanti partigiani, lo condannano a morte. Frico accetta la condanna serenamente. La morte l’ha messa in conto da sempre, da quando è salito in montagna e si è dato alla macchia, convinto soprattutto di avere fatto l’unica scelta possibile.  La pena tuttavia non verrà mai eseguita e Talarico resta nelle mani dei nazisti. Poi arrivano l’occupazione di Torino, gli Alleati e il ritorno a casa.

Frico è uno delle migliaia di meridionali che ebbero un ruolo di primo piano nella lotta contro il nazifascismo. Nelle brigate che operarono in Piemonte, furono circa un migliaio i calabresi che si sono battuti e sono morti in nome della libertà e della democrazia. Una parte significativa di quella ‘migliore gioventù’, di diversa provenienza ed estrazione sociale, che passò dalle fila dell’esercito a quelle partigiane senza esitazioni, convinta di dovere fare la propria parte e di essersi schierato dalla parte giusta, come il Comandante Frico non ha mai cessato di ripetere.