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Il design eretico di Andrea Branzi in mostra al MARCA di Catanzaro

Scritto da on 29 dicembre 2014 – 11:19nessun commento

La sua storia inizia alla fine degli anni ’60, in un momento fertilissimo per la creatività in Italia e nel resto d’Europa, grazie a quelle avanguardie che rileggono il modo di progettare il rapporto tra l’uomo e il suo habitat e gli oggetti che utilizza nella quotidianità, raccogliendo il testimone delle nuove tecnologie. Lui è Andrea Branzi, architetto e designer di fama internazionale, teorico di un nuovo concetto di design, creatore di oggetti che hanno segnato gli ultimi cinque decenni, fondatore della Domus Academy, prima scuola post-universitaria di design.

Il MARCA di Catanzaro gli dedica una mostra, Heretical design, che rimarrà aperta sino al 29 marzo 2015, curata da Alberto Fiz e organizzata dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria e dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro.

IMG_132370 opere tra dipinti, disegni, installazioni, mobili, lampade, vasi e oggetti d’arredo, datate tra il 1967 e il 2014, scelte all’interno di una produzione vastissima, ospitata nei maggiori musei del mondo, specchio di una società in profonda trasformazione, come spiega il curatore.  L’esposizione comprende anche il prototipo inedito di una serie di sedute create da Branzi per il Parco Internazionale della Scultura di Catanzaro che, per la prima volta, coinvolge un designer.

 

Il progetto installativo è concepito come una serie di moduli che intendono rappresentare il percorso teorico di Branzi in circa 50 anni di attività, tra scultura e architettura, sempre sul crinale dell’eterodossia, principio fondante di un’indagine che mette in discussione ogni riferimento al progetto tradizionale, come all’industrial design.

 

Con il termine Heretical Design si desidera indicare una nuova e particolare categoria della cultura del progetto; una categoria che non fa riferimento né a una committenza né a una specifica tecnologia. Essa risponde piuttosto all’urgenza di operare al di fuori delle normali pratiche professionali, vivendo direttamente una rifondazione radicale dei contenuti e delle ragioni del mio lavoro.

spiega Branzi, che chiama le sue opere a confrontarsi con i temi della vita, della psiche, del sacro, dell’eros, della morte e della poesia.

 

Il percorso espositivo si snoda attraverso le fasi cruciali di un’esperienza che si sviluppa a IMG_1326partire dagli anni sessanta, come dimostrano due opere notissime, emblematiche del periodo di Archizoom, il gruppo di architetti e designer di cui Branzi è uno dei fondatori, la Lampada Sanremo del 1968 e il divano Superonda, che sovvertono le norme standard dell’abitare borghese introducendo una forma che esprime il movimento, l’instabilità e la libertà di chi le utilizza.

 

L’ibridazione di linguaggi e materiali diversi è il focus di tutta la produzione di Branzi, che impiega rami e tronchi d’albero, affreschi pompeiani e bronzi cinesi o oggetti di uso comune per svelare “lo spessore oscuro del mondo materiale”, nell’intento di offrire un senso ‘altro’ al nostro vivere quotidiano in cui tutto scorre velocemente, per poi consumarsi in un pallido oblio.

 

IMG_1320Così, nella serie dei Solid Dreams, Branzi propone “visioni di un presente continuo, profondo, inesplorato, ma più credibile delle illusioni della sola realtà materiale”, alla ricerca di un’architettura dell’interiorità, indagata negli Oggetti dell’Ospitalità e in Enzimi, anch’essi presenti al MARCA, vasi in plexiglass dove i luoghi interni sviluppano un’energia silenziosa di trasformazione e di sviluppo.

 

Desidero realizzare oggetti che abbiano la capacità di creare un’emozione confrontandosi con i miti della contemporaneità, con la mistica cristiana o con i demoni tibetani, dice Branzi a proposito della sua visione del design, che lavora sul concetto d’infinito oltrepassando i vincoli di carattere stilistico o tematico, dove Rosso Fiorentino e Buddha vanno a braccetto, fuori dalle gabbie che segregano l’arte e la libertà espressiva.

 

Uno dei risultati più interessanti dei movimenti di avanguardia degli anni settanta è che sono stati dei movimenti d’avanguardia che hanno riflettuto a fondo su un nuovo rapporto tra progetto e industria. Sono stati i primi che hanno capito quello che stava avvenendo come trasformazione… il progettista apporta all’industria degli elementi critici, cioè deve essere capace di fornire all’industria degli scenari problematici, più che delle soluzioni, deve essere capace di stimolare nuovi territori di espansione dell’industria, dei beni di consumo, del sistema dei segni, di cui l’industria poi è produttrice. Quindi, in questo senso l’idea che è nata da questi movimenti, a quei tempi, devo dire a volte anche poco capiti dal design ufficiale, è che il rapporto tra progettista e impresa è oggi un rapporto che si fonda sostanzialmente e quasi esclusivamente sulla produzione di innovazione. Non c’è più produzione che non sia in qualche maniera produttrice, portatrice di elementi di innovazione, anche radicale. In questo senso il design è diventato (il design italiano per primo) un laboratorio di avanguardia permanente, un laboratorio che si muove sempre sulla frontiera estrema dell’energia progettuale. Non esiste più il design che fa, che si impegna soltanto sulla forma, più o meno corretta, dell’oggetto…. è un’energia critica che gli permette di espandersi nei territori dell’immaginario, che sono gli unici territori vuoti dentro ai grandi mercati saturi, dentro ai quali tutto è già stato pensato e tutto è già stato prodotto. (Andrea Branzi, Intervista a Lezioni di Design, Rai Educational)
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In contemporanea con la mostra del MARCA, anche il Museo di Arti Decorative e del Design di Bordeaux presenta, sino al 25 gennaio prossimo, un omaggio all’archistar fiorentina che, da marzo in poi, approda negli States in un tour in diverse prestigiose sedi universitarie americane.