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Felice D’Agostino e Arturo Lavorato vincono il Premio Solinas

Scritto da on 20 febbraio 2013 – 09:29nessun commento

Felice D’Agostino e Arturo Lavorato hanno diverse cose in comune. Sono nati in quella che due millenni fa fu una delle più importanti colonie magno-greche, sono  uniti da legami di sangue (sono cugini) ma soprattutto dall’amore per il cinema e da una sconfinata passione civile.

Felice-DAgostino-Arturo-Lavorato-1024x904Una passione che si manifesta senza veli, forte e chiara, lontana da categorie fatte per esprimersi liberamente ed incondizionatamente nei loro film. Che preferiscono definire -più che documentari- <<cinema che si confronta direttamente con il reale>>, che guarda a Herzog, Straub, Godard, senza dimenticare i nostri Vittorio De Seta e Lugi di Gianni.

 

Dopo il Premio Orizzonti vinto alla Biennale cinema  2011 con, il premio Doc 2005 al Torino Film Festival e il premio Casa Rossa Doc al Bellaria Film Festival con Il canto dei nuovi emigranti, Lavorato e D’Agostino ci riprovano con la loro nuova produzione, Ciò che non siamo ciò che non vogliamo (Ridateci la parola), che qualche giorno fa ha ricevuto il prestigioso Premio Solinas.

Nato da un’idea di Felice Laudadio per onorare la memoria di Franco Solinas, sceneggiatore di pellicole (da La battaglia di Algeri a Queimada di Gillo Pontecorvo, da l’Amerikano a Hanna K. di Costa Gavras a Mr. Klein di Joseph Losey) che costituiscono tappe miliari nella storia del cinema,  il Premio Solinas, è uno dei riconoscimenti più ambiti  per i giovani talenti della ì nostra cinematografia.

La giuria ha premiato come Miglior Documentario per il Cinema 2012 Il partito preso delle cose (Sponde) di Irene Dionisio ed assegnato la  Menzione speciale a Felice D’Agostino e Arturo Lavorato per Ciò che non siamo ciò che non vogliamo (Ridateci la parola), definito<<un progetto ambizioso e spavaldo, e per questo forse necessario, non solo perché affronta una questione per molti ormai chiusa, dopo i festeggiamenti dell’ unità d’Italia, la questione meridionale ma perché si propone fuori dal coro sul piano della ricerca estetico/linguistica attraverso una potenziale espressività, che coniuga lo sguardo documentario e una messa in scena di matrice teatrale>>.

Ancora una volta ad essere riconosciuta è la ricerca estetica e linguistica, che diventa tensione critica e politica,  irriducibile cifra stilistica dei due registi calabresi. Montale si diceva convinto << che anche domani le voci più importanti saranno quelle degli artisti che faranno sentire, attraverso la loro voce di isolati, un’eco del fatale isolamento di ognuno di noi. In questo senso, solo gli isolati parlano, solo gli isolati comunicano; gli altri – gli uomini delle comunicazioni di massa – ripetono, fanno eco, volgarizzano le parole dei poeti, che oggi non sono parole di fede, ma potranno forse tornare ad esserlo un giorno>>.

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

(Eugenio Montale, Non chiederci la parola, da Ossi di seppia)