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Gregory Corso, io sono la poesia. Vita di un poeta scomodo in un film di Matteo Scarfò

Scritto da on 16 settembre 2013 – 16:23nessun commento

L’uomo guarda lontano, oltre l’orizzonte, un lampo nello sguardo. Recita “BOOM ye skies and BOOM ye suns/ BOOM BOOM ye moons ye stars BOOM”. Siamo sul set del film Bomb! Burning Fantasy, che Matteo Scarfò sta girando sulla vita di Gregory Corso, uno dei più grandi poeti del Novecento, esponente di punta della Beat Generation.

Corso_tag

Gregorio Nunzio Corso, padre calabrese, un’ adolescenza randagia  tra orfanotrofi e riformatori, la legge della strada  come unico riferimento. Poi la prigione e la scoperta della poesia, l’amore per Marlowe e Shelley ed i primi  tentativi di tradurre in parole i propri fantasmi interiori.

“…al mio 17°anno quando rubai e presi 3 anni alla prigione di Clinton dove un vecchio mi passò I FRATELLI KARAMAZOV, LES MISERABLES, IL ROSSO E IL NERO e così imparai e fui libero di pensare e sentire e scrivere……uscii a 20 anni, colto e innamorato di Chatterton, Marlowe e Shelley…”

 

Uscito dalla prigione, Corso torna a New York dove frequenta il Greenwich Village e conosce Burroughs, Kerouac, Ferlinghetti, Ginsberg, che lo sostiene e lo aiuta a pubblicare le prime raccolte di versi: The Vestal Lady Brattle and other poems e Gasoline.

 

Poi arrivano The Happy Birthday of Death e Long live man, in cui affina la vena sarcastica e corrosiva, le figure spiazzanti e provocatorie, e la consacrazione di Corso anche in Europa. Bomb, la sua composizione forse più famosa, insieme al Pasto nudo di Burroughs, Sulla strada di Kerouac, Urlo di Ginsberg, edificano il manifesto di tutta una generazione, che reclama libertà dai legami e dai diktat sociali, che rivendica il potere della parola e della poesia in un mondo che ruota attorno al denaro e al successo.

 

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A poco più di 40 anni, Gregory Corso è uno dei poeti più conosciuti ed amati in tutto il mondo. I suoi versi sono  sempre più secchi, fulminei, sferzanti, potenti, capaci di tradurre il fitto universo di citazioni, riferimenti, ricordi, visioni, le piaghe mai rimarginate di un passato che tenta di esorcizzare tra alcool e droghe, in un nomadismo compulsivo che lo porterà da un paese all’altro fino alla morte, avvenuta nel 2001.

 

Negli anni ’80 arriva in Calabria, dove, invitato dall’ Unical, infiamma studenti e professori con la forza della leggerezza e della sua verve, e stringe rapporti con Franco Dionesalvi e Angelo Fasano. Ne approfitterà per ripercorrere i luoghi dell’infanzia del padre, un padre amato-odiato, con il quale si riconcilierà ormai adulto.

 

A questa figura singolare, che scelse di scendere nel suo inferno -e di mostrarlo senza paura e reticenze agli altri- per risalirne ogni volta conscio che  <<esistendo quello, deve esistere anche il suo contrario, il paradiso, ovvero la Poesia>>, che scelse di vivere povero ed ai margini, lui, “il più grande poeta d’America”, come scrisse Ginsberg, che scelse di non cedere la sua libertà  e la sua umanità alle sirene del successo, il regista Matteo Scarfò ha dedicato due anni fa una performance teatrale, coinvolgendo alcune scuole della regione, ed oggi un film.

 

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Figlio d’arte (Giovanni, il padre, è regista e sceneggiatore oltre che Presidente della Cineteca della Calabria), Matteo Scarfò il cinema l’ha annusato sin da piccolo e a soli 27 anni ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Ha lavorato negli Usa con Nick Mancuso, John Savage e Steven Bauer, ed in Italia ha realizzato diversi videoclip, due corti (Omega e Fantascienza in pillole, che ha vinto il Locri Film Festival 2007), un docufilm, Anna, Teresa e le resistenti, che ha girato in lungo ed in largo anche fuori dai confini nazionali.

 

Attualmente  sta lavorando a tempo pieno a  Bomb! Burning Fantasy insieme a Nick Mancuso, anche lui italo-americano, che interpreta il ruolo di Corso (musica firmata dai Nimby).

 

 

Matteo sei giovanissimo ma già hai alle spalle diverse esperienze cinematografiche con risultati di tutto rispetto. Il tuo ultimo film, Anna, Teresa e le Resistenti, è stato presentato in tutta Italia, ottenendo una Menzione Speciale al Festival Internazionale del Cinema di Salerno 2010, diversi riconoscimenti al Film Festival di Mendicino 2011, al Premio Misiano 2011 e al Sila Roma Film Festival 2011, e a Toronto dove ha partecipato all’ ICFF Italian Contemporary Film Festival.

Si, è stato il mio lavoro di esordio, anche se non si tratta di un vero e proprio film, piuttosto un docufilm che unisce cinema, teatro e documentario. Un film fusionale. Ho scelto di raccontare la storia di Anna Magnani e di Teresa Talotta Gullace, la donna calabrese che ha ispirato il personaggio dell’attrice romana in Roma città aperta, in modo differente da solito, non volevo né immagini di repertorio né un’ impostazione da fiction.

Volevo fare cinema ma raccontando situazioni e persone estremamente reali con uno sguardo nuovo e così è nato il docufilm. Quello che i personaggi dicono è tutto vero, preso da documenti, testimonianze, interviste, ma la ricostruzione, cinematografica e teatrale, è di fantasia. I confini spesso sfumano e si confondono, si passa dal cinema al teatro al documentario velocemente: c’è una scena che racconta l’omicidio di un partigiano ma poi ecco subentrare il dolore della madre che invece è Ecuba.

Il film è costruito a quadri, tra le storie di quanti sono stati artefici del periodo d’oro del cinema italiano, di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle gli orrori della guerra, di persone normali con le loro storie vere, e poi ovviamente delle Resistenti, le donne che hanno fatto la Resistenza italiana, spesso relegate ad un ruolo di secondo piano.

Il film ha richiesto un’ampia fase di ricerca, ma man mano che andava avanti si trasformava perché io trovavo altre storie e le adattavo. Me ne sono occupato da solo per 4 mesi alla pre-produzione ma alla fine a lavorare al film eravamo più di 50 persone, in maggior parte giovani (insieme ad attori del calibro di Anna Teresa Rossini, Mariano Rigillo e Nick Mancuso). Non è un film sul passato però, è un film sul presente, il passato serve per imparare, per essere ispirati, poi si deve andare avanti.

 

Attualmente stai lavorando ad un film su Gregory Corso, uno degli esponenti di punta della Beat Generation. Cosa ti ho colpito di più di questo uomo insolente, strafottente ed imprevedibile, come lo ha descritto Fernanda Pivano?

In verità Gregory Corso non era insolente, dimostrava invece una purezza fuori dal comune e nonostante i suoi eccessi non si lasciò mai distogliere dall’attenzione verso la sua arte.

Corso era un uomo particolare, forse il vero Beat, l’unico ad esserlo al di fuori di un movimento o di un circolo. Non è difficile paragonarlo a Rimbaud. Anche se lui amava i romantici inglesi, soprattutto Shelley, tanto che alla fine è stato sepolto accanto a lui, nel cimitero acattolico di Roma. Sicuramente siamo di fronte a una poesia scaturita dall’esperienza.

Tutto è partito otto anni fa, poi mio padre (Giovanni Scarfò) ha scritto la sceneggiatura ed alla fine siamo approdati a questo nuovo esperimento.

 

Parliamo un po’ del film. Tu hai detto che non è un biopic nè un documentario…

Infatti non è un lavoro sulla vita di Corso, è un lavoro sulla poesia di Corso. In parte realizzato con riprese dal vivo, dall’altro con l’aiuto dell’animazione, il film non segue le vie classiche della narrazione, perché deve seguire i vari stati emotivi della poesia, sia nella sua composizione che nella sua ricezione.

Per questo abbiamo preferito girare utilizzando la tecnica del green screen, che permette di ricostruire paesaggi e ambientazioni al computer, dandogli l’aspetto che desideriamo, fondendoli con la recitazione dal vivo degli attori. Devo ringraziare  Roberto Stranges, un ragazzo che lavora nella Locride e cura grafica e scenari digitali in 3D, al quale dobbiamo i risultati che abbiamo ottenuto.

nick mancuso_n

 

Nel film hai coinvolto l’attore italo americano Nick Mancuso, protagonista pluripremiato di Ticket to heaven, molto noto anche come attore teatrale e in tv, con cui hai già lavorato. Ci sono anche John Savage, indimenticabile protagonista de Il cacciatore di Michael Cimino, Bill Moseley (Non aprite quella porta), Ray Abruzzo (I Soprano, Law &Order)  nei ruoli di Ginsberg, Burroughs, Kerouac.

Nick Mancuso è il protagonista del film, nonchè co-autore della sceneggiatura, e posso dire che ha restituito la vera essenza tragica e dolorosa della poesia e della vita di Corso. Guardarlo mentre recita è impressionante. Ray Abruzzo interpreta invece la parte del narratore. L’ho conosciuto in America nel 2009, era sul set del film The last gamble, in cui ho fatto l’ assistente alla regia per un po’. Poi l’anno scorso mi scrisse per dirmi che andava in Sicilia per cercare il paese delle sue origini e così si è fermato qualche giorno a casa mia in Calabria, dove abbiamo girato una scena. Gli altri attori si sono resi disponibili ma siamo alla ricerca di un nuovo finanziamento per completare il film a New York.

 

A proposito di finanziamenti, hai avviato insieme a tuo padre Giovanni  e a Nick Mancuso, una campagna di crowdfunding, termine che indica la possibilità di finanziamenti dal basso, assai praticato all’estero e da qualche tempo anche in Italia. A che punto siete con la raccolta di fondi? Pensi che un progetto culturale necessiti del sostegno pubblico o abbia invece necessità solo del contributo dei privati per esprimersi al meglio anche per preservare indipendenza ed autonomia dalle logiche di mercato?

Abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi sul sito Indiegogo, la piattaforma di crowdfunding per le arti più nota al mondo (clicca qui  per la pagina della campagna).

Vorremmo finire il film a New York, la città natale di Corso, dove tornò gli ultimi anni di vita vagabondando e dormendo per strada. Certo, girare in America richiede un finanziamento cospicuo e noi per ora siamo solo all’inizio della raccolta di donazioni e sinceramente non so se ci basterà. Penso che il sostegno pubblico per la cultura è una prova necessaria per lo Stato, a maggior ragione in Italia, un paese che potrebbe vivere della sua cultura. Il problema però non sta qui bensì nei criteri con cui viene gestita la distribuzione dei fondi: spesso il nuovo, tanto meno ciò che è innovativo, o ciò che potrebbe aprire altre porte non sono sostenuti. Visto che il mercato è fondamentale e che non si possono fare i film per lasciarli nel cassetto, bisogna pensare a nuove strategie distributive. L’Italia in questo è ancora indietro.

 

Se non c’è mai stata una casa dove andare 
c’è sempre stata una casa dove non andare
Ricordo bene come bambino scappato
dormivo nella sotterranea
e si fermava sempre
alla stazione della casa da cui scappavo
Era il dolore più amaro ah lo era

 

Info

sulla pagina Facebook  https://www.facebook.com/gregorycorsofilm

http://www.poetryfoundation.org/bio/gregory-corso

http://www.filidaquilone.it/num008brandolini4.html

http://www.sulromanzo.it/2010/01/gregory-corso-riflessione-sulla-sua.html