Primo Piano »

Andrea Cefaly jr alla scuola di Casorati in mostra a Catanzaro

30 ottobre 2017 – 10:59 |

E’ una mattina tersa e luminosa inusuale per l’inverno torinese quella in cui si incontrano per la prima volta il pittore affermato, amico di Casella e Gobetti, e il giovane arrivato dalla Calabria che ha fatto dell’arte il suo unico …

Leggi tutto »
Home » Musica, Primo Piano, Roccella Jazz 2011

Roccella Jazz Festival: trent’anni ma non li dimostra……

Scritto da on 16 agosto 2011 – 09:10nessun commento

Ha spento lo scorso anno trenta candeline Roccella Jazz Rumori Mediterranei, uno dei festival jazz più noti ed accreditati nel panorama mondiale dei festival del settore.

Trent’anni di grande musica ed eventi per una rassegna che si svolge nell’estremo lembo della Calabria, che ha contribuito, con un’intensa attività formativa e di promozione,  a portare alla ribalta il fior fiore del jazz degli ultimi anni ed a far conoscere ad una platea sempre più vasta un genere da sempre considerato ‘di nicchia’ ma che ha assunto nel tempo dimensioni planetarie, grazie anche a manifestazioni come questa.

Mente ed anima di RJF sin dal suo esordio è Sisinio Zito, Presidente dell’Associazione Culturale Jonica, che promuove la rassegna.

 

Sen. Zito se le chiedessi di fare un bilancio di questi trent’anni di RJF?

Volentieri. E’un bilancio, direi, più che positivo. Abbiamo iniziato negli anni ’70 proponendo un programma di concerti di musica classica, all’interno del quale c’era sempre qualche concerto jazz, anche se con grandi difficoltà perché all’epoca il jazz era considerato negli ambienti accademici alla stregua del pop.  Pensi che avanzavamo richieste di finanziamento alle commissioni ministeriali che venivano sempre procrastinate perché nessun componente si intendeva di jazz.  Oggi non esiste teatro o istituzione musicale –compreso il Conservatorio di S. Cecilia- che non abbia inserito il jazz nella propria programmazione.  

In Calabria operavamo nel deserto più totale. Eravamo considerati dei reietti, dei provocatori di scandalo. Oggi non esiste manifestazione o evento nella regione che non includa il jazz e credo che una parte del merito di tutto questo si deva a RJF , che ha contribuito  non poco a ‘creare’ un pubblico del jazz, che era ovunque pressoché inesistente.

Un altro aspetto positivo, anche se non strettamente culturale,  è l’apporto del festival alla circolazione dell’immagine della Calabria nel mondo. Siamo una delle poche iniziative in Calabria ad avere una larga eco sui media internazionali. Diverse nostre produzioni hanno girato il mondo e questo ha sicuramente contribuito a migliorare l’immagine della nostra regione.

In negativo, c’è da chiedersi se alla Calabria interessi veramente RJF.  Faccio un esempio per chiarire. In Umbria tutte le istituzioni, di qualsiasi colore politico, le forze sociali, i mezzi di comunicazione sono concentrati sui due festival principali, Umbria Jazz ed il Festival dei Due Mondi di Spoleto. Insomma una regione che ha un’immagine, un tessuto economico e produttivo, un panorama culturale ben diversi rispetto alla Calabria, ha compreso che ha bisogno di sostenere e mantenere in vita queste due grandi manifestazioni, con l’apporto in pari misura del pubblico e del privato.

In Calabria questo non esiste. La cultura calabrese è quasi completamente dipendente dalle amministrazioni pubbliche, che oggi ci sono e domani non si sa, e da finanziamenti che vengono erogati a distanza di tempo. Non esistono sponsor privati ma amici imprenditori che ti aiutano, ti concedono le automobili necessarie per il festival o il vino da offrire agli ospiti. 

A differenza del resto d’Italia, dove tutte le iniziative culturali e di conservazione dei beni culturali sono sponsorizzate da istituti bancari,  da noi gli imprenditori non rendono conto che non si tratta di fare beneficienza ma un investimento vero e proprio.

E’ chiaro che questo non aiuta le manifestazioni che si realizzano nella regione a coltivare una prospettiva a medio e lungo termine. Occorre, invece, avviare una iniziativa forte per stimolare l’apporto dei privati perché altrimenti non si potrà andare avanti.

In queste condizioni si fa un Festival che è considerato il capofila dei festival jazz di sperimentazione, un festival pensato, che risponde ad una progettualità precisa, capace di fare delle scommesse, che a volte riescono a volte no, che ha fatto conoscere al pubblico musicisti del calibro di Paolo Fresu, Noa, Nicola Piovani, cui RJF commissionò la prima opera con Cerami.

Questo significa o no qualcosa per la crescita civile e culturale della Calabria? Credo di si.  E credo che se queste manifestazioni cessassero sarebbe una perdita non indifferente per tutti noi.

Allora, che  fare?

Si tratta di concentrare gli sforzi su manifestazioni che hanno delle ricadute sul territorio sostenendo iniziative di ampio respiro e di livello, oggi mantenute in vita grazie all’impegno personale degli organizzatori.  Sono convinto che se organizzassimo FJF in Abruzzo o in Sicilia non avremmo problemi di alcun tipo.

 

Questa edizione è dedicata all’Unità d’Italia con un programma dedicato al migliore jazz italiano contemporaneo, che si affianca ai grandi nomi internazionali, ed al jazz italo-americano, con il tributo a Scott La Faro. Ma inaugura anche un nuovo format, Jamming Around,  uno spazio destinato ad ospitare le nuove leve del jazz …

Beh,  questo in continuità con la tradizione del Festival che è stato il primo a seguire una politica di promozione dei giovani talenti.

 Credo che buona parte dei grandi jazzisti italiani sia passato dai seminari e dalle altre attività formative di RJF, che offerto loro l’opportunità di avere una vetrina internazionale.

Abbiamo voluto partecipare alle iniziative per l’Unità d’Italia per dimostrare che anche un piccolo paese della  ‘famigerata’ Locride, su cui nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato, che anche in questo martoriato Mezzogiorno, in una situazione di totale subordinazione economica e politica, è possibile, rimboccandosi le maniche, mettendoci passione e sacrificio,  fare delle cose di grandissimo rilievo ed ottenere delle eccellenze. 

Con un programma che intende valorizzare la creatività italiana nel mondo. Ecco la scelta di Scott La Faro, di Al Di Meola, che ha inaugurato questa edizione di PJF, e di Piovani, che suonerà a conclusione del Festival con un orchestra di 50 giovani scelti in  tutti i Conservatori italiani.  Moni Ovadia e Cohen dimostrano il ruolo importantissimo della componente ebraica all’Unità.

Una domanda personale. Il suo nome è identificato oramai con RJF. Non le pesa qualche volta essere ‘il signor Roccella Jazz’?

Effettivamente no. Come Associazione culturale Jonica non abbiamo prodotto solo il Festival ma anche  diversi spettacoli teatrali di grande livello, che hanno girato l’Italia, come La lunga notte di Medea, interpretato da Pietra degli Esposti,  mostre (come quella dedicata a Boccioni), ed un’intensa promozione della musica classica, che ha portato in Calabria grandi nomi del panorama mondiale, spesso sconosciuti  in Italia.

Il nostro intento non è stato tuttavia quello di presentare nomi altisonanti ma di portare avanti una progettualità precisa, che si rinnova anno dopo anno, e sopratutto una grande sfida culturale e politica. E mi sembra un obiettivo tutto sommato realizzato.