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Géza Kertész, lo Schlinder dei campi di calcio che guidò il Catanzaro alla vittoria

Scritto da on 26 gennaio 2016 – 08:12nessun commento

Nel giorno della memoria, forse sarebbe bene rinfrescarla quella parte così intima del nostro intelletto, pena il rischio di atrofizzarla. Ed allora, eccovi una storia che non conoscevo e che mi ha fatto riflettere molto; una storia uscita direttamente dalla impareggiabile penna di Gianni Mura che, a sua volta, l’ha appresa dalle colonne del Manifesto.

E’ la storia di Geza Kertesz e Istvan Toth, due ottimi calciatori ungheresi negli anni venti, diventati poi – come succede spesso – allenatori vincenti una volta appese le Geza_Kertész_(Atalanta)scarpette al chiodo. Siamo nel 1944, dunque in pieno conflitto mondiale e i due, dopo avere allenato con diverse fortune qui da noi in Italia, vengono richiamati in patria a guidare due tra le formazioni magiare più blasonate, il Ferencvaros il primo e l’Ujpest il secondo.

Fin qui, nulla di speciale, normale amministrazione direbbe qualcuno, ma la caratteristica che li rese famosi (o famigerati, a seconda dei punti di vista) fu che entrambi appartenevano ad un’organizzazione che aveva come unico scopo quello di salvare gli ebrei e i partigiani ungheresi. Kertesz era altresì un colonnello dell’esercito e, sfruttando la sua buona conoscenza della lingua tedesca, spesso e volentieri, indossava una divisa delle SS e si fingeva inviato con i compiti di prelevare i caduti nelle retate ed avviarli verso i campi di sterminio. In effetti, il finto tedesco li prelevava, ma poi li smistava in rifugi sicuri o quasi (monasteri, case di gente pronta a rischiare la pelle).

Lo scherzetto durò il tempo necessario affinchè qualcuno, come succedeva spesso, facesse una delazione e, scoperta la cosa, i due allenatori vennero dapprima arrestati nel 1944 e poi torturati senza pietà perché parlassero, ma i due piccoli eroi rimasero muti. Per tutta risposta, furono fucilati senza possibilità di appello dalla Gestapo nel cortile del Palazzo Reale il 6 febbraio 1945, sfortunatamente una settimana prima che Budapest fosse liberata.

Ho voluto raccontare questa triste storia perché Geza Kertesz, tra le tante squadre che ha allenato, è stato anche il trainer del Catanzaro, che nella stagione 1932|33 si chiamava Catanzarese, vinse addirittura il campionato di terza divisione e approdò – unica squadra in Calabria – per la prima volta in serie B, dopo una tirata finalissima contro il Perugia. Per chi è amante della storia giallorossa, sarebbe il caso di sottolineare che quella squadra, allenata da colui che sarebbe passato alla storia come lo Schindler ungherese, era praticamente imbattibile e l’undici, il cui Presidente era il Barone Enrico Talamo era così composto: Martini, Pantani, Brambilla, Radaelli, Oliviero, Ciminaghi, Masseroni, Santagostino, Brossi, Moretti, Violi.

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Kertesz e la squadra del Catania

Da ricordare, poi, che quando Kertesz andò via dalla nostra città, per approdare a Catania (dove vinse un altro campionato), i catanzaresi, evidentemente molto affezionati a quel lungagnone che masticava calcio come pochi e, soprattutto, che conquistava tutti per la sua bontà d’animo, accompagnarono il magiaro fino alla stazione di Lamezia Terme come un autentico trionfatore e lo omaggiarono di doni in ossequio ad una generosità che non aveva rivali nel nostro paese. La storia di Kertesz, così come quella di Toth, fu volutamente ignorata dal regime comunista che per paura di complicità dei superstiti con l’OSS (quella che poi sarebbe diventata la Cia), occultò scientificamente le gesta eroiche di questi campioni dello sport e della libertà.

Sarà una frase fatta, ma la vita di simili personaggi dovrebbe costituire un esempio ed un modello per tutti, soprattutto in un periodo di grande confusione come quello attuale, dove la crisi d’identità probabilmente è figlia di assenza di valori forti, riconoscibili, indissolubili. Per la cronaca, la salma di Kertesz venne portata al cimitero degli eroi di Budapest e l’anno scorso l’amministrazione di Catania gli ha intitolato una via. Sarebbe bello, secondo me, se la stessa cosa avvenisse anche qui da noi.

Antonio Ludovico