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5 gennaio 2018 – 11:08 |

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A Primavera dei Teatri 2015 Scannasurice di Moscato e la buona morte di Scappin e Vannoni

Scritto da on 2 giugno 2015 – 12:27nessun commento

“Chi so’? Stong ‘arinto? Stong ‘afora? Nun moro, no… ma neppure campo comm’apprimme: ‘a vista, ‘e mmane, ‘e rrecchie… tutte cose se n’è ghiute… e pure ‘a voce… ancora ‘nu poco… e poi… sommergerà, affonderà pur’essa”.   Una figura androgina, eccessiva e solitaria, nu femmeniello dei Quartieri Spagnoli.

Una voce graffiata nell’aldilà dell’ipogeo napoletano, un’anima che sopravvive a se stessa e un corpo IMMA-VILLAche “batte” – un altro colpo, una nuova ferita – rintanato in una sorta di scannatoio o di bara sui generis, tra spazzatura e macerie, tra deliri e smarrimenti, dopo il disastro e prima della fine che verrà.

È Scannasurice, racconto di infinito dolore e di infinita dolcezza, figlio di una visione grottesca e poetica di Enzo Moscato, magistralmente incarnato in scena da Imma Villa, che nei fatti incanta il pubblico del Sybaris di Castrovillari, la gente di Primavera dei Teatri, con una delle interpretazione più intense e laceranti fra quelle viste quest’anno ed in parecchie altre edizioni del festival.

Una prova d’attrice che, nella sua forza vitale, nella sua inesauribile capacità di variar registri di voce (che ora è un soffio e subito dopo un sibilo, un rantolo o una perla), supera perfino qualche lentezza di troppo del testo, qualche lungaggine che frena l’intero impianto drammaturgico e le difficoltà di intendere parola per parola un dialetto napoletano piuttosto ostico.

Prodotto da Teatro Elicantropo/Anonima Romanzi/Prospet, per la regia di Carlo Cerciello, la scena di Roberto Crea e il suono di Hubert Westkemper, Scannasurice è un perfetto modello dell’imperfezione che appartiene al teatro di Moscato, l’imperfezione antropologica e filosofica dei sistemi sociali, la malattia ineliminabile della condizione umana tout court. Un modello in cui tutto assurge ad una duplice dimensione, l’estremo realismo di cose e animali (persone incluse) e l’estremo simbolismo di tutto quello che vive in scena. Le case sono macerie pesanti, desolato enzo moscato-bn scenario post terremoto, opprimenti come i nostri incubi, le nostre dislessie psicologiche; i topi, metafora di un’umanità che soggiace ai propri bisogni e ripudia la bellezza; le para-spirituali apparizioni di madonne e matrone, altrettanti emblemi di una oleografia che perseguita, mistifica, corrode ogni barlume di verità, su Napoli e sui napoletani; la contorta creatura-narrante, una sorta di troll metropolitano, dalle fattezze quasi nosferatiane, esprime ambiguità e grazia, tragicamente sola nella sua disperata e presaga follia.

Vengono in mente, così nette e inequivocabili, le parole con cui Enzo Moscato descrive la sua opera: «Già il titolo del lavoro, (…) si attestava altrove, in un polemico rifiuto a non volermi allineare, a non cercare di nascondermi (pur’io!), all’indomani del tremendo ma, per tanti versi, già annunciato, sconquasso del terremoto dеll‘Ottanta, la lucida е irrimediabile visione del massacro, dell’eccidio, lo sterminio, non tanto di persone o case, quanto di idee, emozioni, sentimenti, che tra alti e bassi, per tanti secoli, aveva costituito l’anima genuina, il “modus agendi et cogitandi” del popolo e della città di Napoli (…). Ecco, io con Sсannasùriсe (…) vedevo е percepivo le ferite, le faglie, le fratture dei nostri animi con lo stato precedente della vita e la cultura a Napoli…».

 

Io muoio e tu mangiLe quotidiane visite di una figlia al padre in fin di vita, il dialogo intessuto di algida ironia con il compagno che l’attende, i volti assurdamente normali ed esilaranti di infermiere, caposale e pazienti, di volta in volta evocati in una sorta di giudizio terreno sull’assenza di pena, di amore, di senso a quel tutto e a quel niente che chiamiamo vita. Con il tema della “dolce morte” che entra ed esce dalla messa in scena, come in un puntuale ma del tutto casuale gioco di sliding doors.

Io muoio e tu mangi!, prodotto dalla compagnia Quotidiana.com, è stato presentato in prima nazionale all’edizione numero 16 di Primavera dei Teatri a conclusione di una giornata densa di avvenimenti – a cominciare dalla presentazione pomeridiana del nuovo libro di Andrea Porcheddu, Infedele alla linea (Maschietto Editore, postfazione di Ascanio Celestini, illustrazioni di Cristina Gardumi), brillante finto noir, in realtà acuta spiata su vizi e virtù del vasto mondo del teatro e di un Paese complicato e inane –, di emozioni, di discussioni sul visto e sul vissuto.

Secondo capitolo della trilogia Tutto è bene quel che finisce (tre capitoli per una buona morte), questo lavoro di e con Roberto Scappin e Paola Vannoni – bravi, volutamente ipercontrollati, quasi asettici: dunque nel pieno possesso di tutti i requisiti di una ricerca sui disvalori – rovescia i canoni classici del racconto teatrale (e non) partendo dal presupposto che da un’indegna fine, da una ignobile (nel senso letterale del termine) conclusione consegue una vita priva di senso, di valore, di utilità.

Quotidiana.com prosegue, così, con questa pièce che si sviluppa tra i toni dell’assurdo e quelli dello sgomento, nel solco di un percorso intrapreso sin dai tempi della Trilogia dell’inesistente, con cui la compagnia aveva vinto il Premio Stefano Casagrande – Teatri di Vita, Bologna.

Io muoio e tu mangi! rientra perfettamente in un contesto teatrale che affronta il pensiero scorretto, amorale, crudele e pressocché indeclinabile (dall’alto in basso, dall’eutanasia giù fino al “rompimento di balle” di dover assistere un anziano morente), e lo fa procedendo per sconfinamenti nell’essenziale della parola, infilando una sottile tagliente lama ghiacciata nelle carni di un corpo sempre più inerme. Come i lavori che lo hanno preceduto, attraverso i personaggi che lo dis-animano, tenta di «porsi in uno stato limbale, in una condizione di incertezza, di attesa».

Antonello Fazio

 

Questa sera su PdT 2015 si chiude il sipario. In scena tre spettacoli di e con Oscar De Summa, Valerio Malorni e i Sei personaggi di Gabriele Paolocà, che vi consigliamo di non perdere. E se siete al Festival naturalmente andate a visitare la mostra di Luca Viapiana (qui la photogallery).