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Bentornato teatro di parola. Diario di bordo da Primavera dei Teatri 2016

Scritto da on 1 giugno 2016 – 12:33nessun commento

Remember me… Due parole semplici, secche, che reclamano attenzione e ascolto, guidano cuore e affetti e… chiedono vendetta. Due parole che possono smuovere le montagne e innescare un circuito di sangue e morte, come aveva capito il genio di Shakespeare, che le mette in bocca allo spettro in Amleto. Parole per amare e odiare, per vivere e morire. Parole per raccontare e raccontarsi, tentare di ricostruire identità spezzate, umiliate o violate. Parole necessarie per ricostruire una grammatica degli affetti e dei sentimenti di cui abbiamo perso le coordinate.

Parole che somigliano ad astucci, che custodiscono gelosamente una materia viva, palpitante che, al suo schiudersi, si libra leggera diffondendo intorno a sè una scia di memorie, pensieri, storie, conflitti. La parteatrodilina GLI UCCELLI MIGRATORI foto Angelo Maggio PDT 2016 5420ola è il teatro, ma non sempre il teatro ha messo la parola al centro della scena, diluendola piuttosto nella ‘chiacchiera’, nel ‘gesto’ o nell’ urlo, lo denunciava Pasolini, o sempre di più in effetti visivi e sonori che, alla lunga, hanno rivelato tutti i propri limiti. Tanto da indurre Luca Ronconi ad auspicare il “ritorno al teatro di parola nel senso più alto del termine, come lingua, significato, appartenenza”. Un auspicio accolto dal pubblico che in un momento storico in cui la parola è sempre più strapazzata, accantonata, sminuita, torna a invocare uno spazio più ampio proprio al teatro di parola, che offre allo spettatore una griglia concettuale, emotiva e relazionale nella quale muoversi in un unico respiro insieme agli attori.

Un tema che sembra stia molto a cuore al teatro italiano contemporaneo, di cui  Primavera dei Teatri offre ancora una volta in questa 17ma edizione un significativo spaccato. Così in Giovanna d’Arco -La Rivolta, di Carolyn Gage, messo in scena da Hermit Crab (ne parliamo qui)  la parola si incarna nel corpo, umiliato e poi violato, di una donna che si ribella all’ordine materiale e simbolico del maschio, che da eroina della guerra tra francesi e inglesi  diventa una strega da mettere al rogo per assurgere alla fine al ruolo di  santa, paladina della Francia cattolica e della Chiesa (ne parliamo nell’intervista di Antonello Fazio -DuepuntoZero-, LinkingCalabria, Ernesto Toziano -ET&comunic@tion- qui di seguito).

Ed è la parola, inizialmente timida e confusa, poi sempre più consapevole e decisa, di Marta che, in Uccelli migratori (Teatrodilina), si libera dalle gabbie -più o meno dorate- che società, famiglia, affetti, le hanno confezionato – o vorrebbero confezionarle- addosso per spiccare di nuovo il volo, libera (ne parla Francesco Colella nell’intervista di seguito).

La parola è ancora la materia viva e incandescente con cui Marta e Diego Dalla Via costruiscono  Drammatica elementare, inerpicandosi in 75 minuti di spettacolo su montagne di fonèmi, attraverso acrostici e tautogrammi, che rimandano al tentativo di compilare una sorta di ‘diario minimo’ della nostra contemporaneità ma soprattutto all’uso ‘responsabile’ del linguaggio per (ri)nominare il mondo.

Compagnia Oyes VANIA foto Angelo Maggio PDT 2016 1350441Attorno alla parola perduta di un uomo attaccato a una macchina, ruotano paure, sensi di colpa, frustrazioni, desideri inespressi, amori mancati, in Vania (Compagnia Oyes), liberamente ispirato al capolavoro  di Cecov, attorno al quale ruota anche il Laboratorio per attori tenuto da Francesco Colella dal 1 al 4 giugno.

La dimensione più squisitamente letteraria fà da sfondo invece a due spettacoli, visti sempre a Primavera dei Teatri 2016. Nel suo nuovo lavoro, Ma perché non dici mai niente? , Lucia Calamaro, una delle voci più interessanti della nuova drammaturgia italiana,   esplora con il suo stile inconfondibile le ‘voci di dentro’ (Nerval Teatro) mentre in Little Europa gli attori di Vico Quarto Mazzini evocano le atmosfere inquietanti e amare de Il piccolo Eyolf di Ibsen per farne una metafora di una Europa che, persi i padri, naturali e putativi, e punti di riferimento, incapace di articolare un discorso coerente, si dibatte -invano- per sottrarsi alla fine.

(Ph. Angelo Maggio)