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Tributo a Rino Gaetano a Roccella Jazz 2017

14 agosto 2017 – 13:08 |

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Il mito di Edipo rivive al Castello normanno di Catanzaro

Scritto da on 11 luglio 2016 – 08:10nessun commento

Qual è l’essere che cammina a volte a due gambe, a volte a tre, a volte a quattro, ed è più debole quando ha più gambe?  E’ l’indovinello che la Sfinge pone alle porte di Tebe, al quale solo Edipo sa rispondere: E’ l’uomo, che da bambino cammina sulle mani e sui piedi, da adulto sulle gambe, e da vecchio appoggiato ad un bastone.

Ma un altro enigma pende come una spada sul capo di Edipo. Chi è che ha ucciso Laio, il edipo-re_titlere di Tebe, di cui ha sposato la moglie, Giocasta? L’oracolo profetizza che la tremenda pestilenza che sta seminando morte e terrore in città cesserà solo quando si scoprirà chi ha assassinato Laio. Edipo, così, parte alla ricerca dell’omicida ma il suo viaggio svelerà un altro mistero, ben più importante: quello della sua vera identità. Liberare Tebe diventa liberare Edipo dalla menzogna e restituirlo a sè stesso, anche se questo costerà ancora sangue e morte.

Perchè Laio, Re di Tebe, è il  vero padre di Edipo, allontanato ancora in fasce dalla corte dopo che al re viene profetizzato che sarebbe stato ucciso dal figlio. In realtà Edipo non viene abbandonato ma affidato a dei pastori e da questi al Re di Corinto che lo alleva  come un figlio. Edipo, adulto ormai, incrocia sulla strada il carro di Laio e dopo una animata discussione lo uccide, non sapendo  chi realmente egli sia. Arrivato a Tebe e risolto l’enigma della Sfinge, ne sposa la vedova,  sua madre, che gli darà  quattro figli. Ma Edipo scopre di essere  l’assassino di suo padre e di avere giaciuto con sua madre. L’ epilogo è tragico: Giocasta s’impicca, Edipo si acceca e si condanna all’esilio.

Edipo re, il capolavoro che Sofocle scrisse tra il 430 e il 420 a.C., che il Teatro di Calabria porta in scena i prossimi 13 e 14, 26 e 27 luglio, ore 21, per  Grecalis 2016, tra le magiche atmosfere del Castello normanno, ne Complesso Monumentale del S. Giovanni a Catanzaro, è un’ opera immortale con cui tutti i grandi drammaturghi si sono cimentati, da Euripide a Seneca fino a Jean Cocteau. Un mito universale, su cui Freud costruì l’architrave della psicanalisi (il cd. complesso di Edipo), che rimanda alla fragilità dell’uomo e al suo inevitabile soccombere di fronte al divino; alla cecità umana, capace di grande saggezza quanto di abissi di abiezione; alla cecità del fato, che sopravanza la stessa responsabilità individuale.

Ma, soprattutto, Edipo dimostra, come Prometeo, come l’ansia di conoscere, di volere a tutti costi superare i limiti dei nostri angusti orizzonti, può rivelarsi fatale se non si è pronti ad affrontare la verità e le terribili tenebre del nostro inconscio.