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Il potere dell’immaginazione di Ricci/Forte

Scritto da on 5 giugno 2011 – 16:47nessun commento

Abbiamo incontrato Stefano Ricci della compagnia Ricci/Forte per parlare dello spettacolo presentato ieri sera a Primavera dei Teatri. Grimmless ha ottenuto un ampio consenso dal pubblico del Teatro Sybaris.
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Da Palermo a New York qual è l’universo artistico di Ricci Forte?

Direi che è un universo in mutazione, in continua metamorfosi. Prima io e Gianni Forte,  successivamente i ragazzi che hanno abbracciato il progetto, abbiamo seguito questa possibilità espressiva altra rispetto al panorama che ci accompagna qui in Italia. In qualche modo siamo legati da questa continua curiosità, da questo costante non sedersi su situazioni già sperimentate e apprezzate, continuando a porci delle domande, a sposare un dubbio che ci riguarda prima come persone e poi come artisti, per trasformare il nostro vissuto in un’ esperienza che possa essere collettiva. Un dubbio che fa sì che non ci si arrocchi mai su delle posizioni ma fa sì che ci sia la volontà di trasformare come in un pop up o in un videogioco la realtà di tutti i giorni.

Credo che la cosa più interessante sia mettersi continuamente alla prova, e non soltanto geograficamente, come è successo a noi di incontrarsi prima in Sicilia e decidere di fare un esperienza negli States per poi continuare a muoversi. Crediamo che anche fuori dai confini italiani il movimento sia salutare sempre. La nostra indagine si basa su un radiografare un disagio contemporaneo che si sposa con questa evoluzione, con questa marcia e quindi  non può che essere un percorso dinamico.

E con Grimmless dove volete andare?

Io credo in una volontà, che era già nei lavori precedenti, di sfrondare qualunque apparato narrativo che sia una finzione recitativa. In Grimmless i ragazzi più di ogni altro lavoro sono loro stessi, non si nascondono dietro la struttura narrativa. Non vogliamo raccontare qualcosa che possa far fraintendere l’allestimento di una storia che possa essere vissuta e fruita come in un film o uno spettacolo che ti porti in un regno –in questo caso quello della fiaba- distante da te. Su ogni persona è stato cucito addosso un itinerario che li allaccia profondamente a quelle che sono le favole per come le conosciamo, per come ce le hanno raccontate, ma anche la fatica oggi di essere costretti a fare i conti  con quello che siamo diventati alla luce delle favole che ci hanno raccontate da bambini.

Quindi quanto c’è di quelle favole, quanto inseguiamo quelle favole, quanto  fatichiamo e crolliamo nella nostra fallibilità di esseri umani. Abbiamo provato a indagare su questo, ad asciugare qualunque contesto che non permetta al pubblico di rendersi conto che in ogni momento sul palco c’è anche lui.

Una discesa negli inferi?

In realtà no. Piuttosto una possibilità di rivelare il potere dell’immaginazione che troppo spesso dimentichiamo. Questa macchina umana meravigliosa e sottostimata, sottoutilizzata,  perché ci hanno abituato a non credere nelle possibilità, a non raccontarci più quelle storie, anche perché viviamo in un momento storico e politico che ce ne racconta tante di storie ed alla luce di questo c’è un disincanto che ci impedisce di affidarci ancora. Ma raccontare questo popolo di gratta e vinci che attende che arrivi qualcosa dall’alto che risolvi i problemi, che in fine dei conti basterebbe sollevare la pelle per scoprire che dietro quella bacchetta magica si annida la nostra gabbia toracica. Io credo ancora in questa possibilità e noi proviamo a setacciarla ogni volta,  è questo il percorso che facciamo con i nostri attori, un’autenticità emotiva e una possibilità violenta che ha l’uomo di riabilitarsi oggi rispetto ad un contesto che tende a schiacciarlo, ad allinearlo. Più che una discesa negli inferi una discesa all’interno del proprio sé. Una capacità eversiva, rivoluzionaria che avviene attraverso la poesia.

Che ne pensi del ruolo del teatro in un paese in cui la cultura ha assunto un ruolo sub-ancillare?

Di sicuro ci si interroga continuamente su questo  livellamento verso il basso che è mediato probabilmente anche da un’invasione del potere massmediatico, che in qualche modo ha viziato lo sguardo del pubblico, abituato  ad una fruizione differente dell’evento spettacolare. Io credo che il pubblico mai come in questo momento senta il bisogno di riattivarsi. Lo dimostra il fatto che il nostro modo di far teatro viene riconosciuto a volte con curiosità ma anche come una modalità differente di rompere con i consueti canali  e riconoscere che c’è una modalità di restituzione che non è più quella sinottica, che non è più quella di raccontare una storia. C’è una tendenza a utilizzare il teatro come se fosse l’anticamera o la versione più economica di un film o di una fiction televisiva. Probabilmente c’è in questo la nostra trasversalità nell’affrontare il lavoro, che contempla anche esperienze in campo cinematografico e televisivo, e ci consente di essere lucidi su quella che è la grammatica del palcoscenico che è altra. Credo che tanto più in questo momento sia necessario recuperare una forma –ma noi non abbiamo inventato nulla, lo facevano già i Greci- che è quella di porre un ponte tra il pubblico e chi è sul palcoscenico per stabilire la temperatura del momento attuale, della società  che si interroga. Noi lo facciamo ad alta voce ma non facciamo altro che amplificare un sentire, un pensiero comune. Il nostro ruolo è quello di portare questa voce e nel momento in cui lo facciamo lo restituiamo al pubblico e qui si innesta quella possibilità di dialogo che fa sì che questo teatro cd. civile o politico sia forse la chiave giusta per allontanarci da quell’intrattenimento che non ha più senso. Siamo tutti fortemente motivati verso una scelta differente rispetto a  valori che ci hanno attribuito, che sono quelli del potere economico o dello stare aggrappati alla superficie delle cose, soprattutto in un momento in cui anche la gente dimostra di  non crederci più.

Grimmless è in linea con molti spettacoli in programma a PdT 2mila11.

La bellezza e la fortuna di fare questo mestiere è quello di incontrare persone che sono sintonizzate su quel che può essere il significato del teatro, per quanto con grammatiche e linguaggi differenti. Anche se è la prima volta che veniamo a PdT è come se fossimo a casa nostra. E’ una temperatura che si percepisce un umore che ti fa sentire che sei nel posto giusto, che quello che fai è ascoltato e condiviso.