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Incontro con Peppino Mazzotta a PdT 2011

Scritto da on 9 giugno 2011 – 14:17nessun commento

Incontriamo Peppino Mazzotta, cosentino doc, uno degli attori più talentuosi ed apprezzati dell’ultima generazione, a Primavera dei Teatri 2011 dove ha presentato Radio Argo, la sua ultima fatica.

 

Peppino Mazzotta, una lunga gavetta, poi le collaborazioni con artisti di primo piano e l’esperienza con la produzione autonoma con Rosso Tiziano e Teatri del sud. Vuoi parlarcene?

Ho frequentato a 19 anni l’accademia d’arte drammatica di Palmi, diretta da Alvaro Piccardi. Un’accademia all’epoca molto quotata e frequentata da giovani provenienti da tutta Italia, ma con pochi calabresi. Al secondo anno, in seguito ad uno stage, Albertazzi, che recitava in “Memorie di Adriano”, con la regia di Scaparro, mi ha voluto nel ruolo di Adriano da giovane. Subito dopo sono stato ingaggiato dallo Stabile di Parma per un “Molto rumore per nulla”, con la regia  di Gigi Dall’Aglio e ho cominciato a fare il teatro di tournèe. Ho fatto lo scritturato, il turnista, per dieci anni circa. Recitando in moltissimi classici fino ad arrivare al Tartufo di Molire con la regia di Toni Servillo. Avevo 28 anni e sono ad oggi il più giovane attore che abbia mai interpretato il ruolo di Tartufo nell’omonima commedia.

Poi mi sono allontanato dall’attività di scritturato e a Napoli ho formato la compagnia RossoTiziano con cinque amici e colleghi, Francesco Saponaro, Alfonso Postiglione, Fabio Cocifoglia, Antonio Martella, utilizzando una legge speciale che introduceva nel fantomatico F.u.s. un finanziamento per cinque compagnie giovani, della durata di due anni. Quelli di RossoTiziano sono stati dieci anni di intensa attività e grandi gratificazioni anche se il nostro era un lavoro caotico dove non c’erano ruoli definiti, scrivevamo insieme e mettevamo in scena, insieme,  quello che avevamo scritto. Tutti avevamo pieni poteri di cambiare, aggiustare, buttare: una dimensione creativa bellissima. Quando ci chiedevano come scrivevamo i nostri testi, non sapevamo rispondere. Ancora oggi non so spiegartelo: era un caos che a un certo punto diventava ordine; ma non capivamo quando ciò fosse avvenuto. C’era una bellissima intesa fra noi cinque. Le opere più rappresentative del nostro lavoro sono racchiuse  nella trilogia sulla storia della bomba atomica che comprendeva  “Variazioni Maiorana”, “Gli apprendisti stregoni” e “ L’America contro  Julius Robert Oppenheimere lo spettacolo su Pino Pascali “Arpa Muta, melopea per Pino Pascali”. Queste opere hanno avuto un grandissimo successo, hanno vinto molti premi e sono state rappresentate per molti anni in tutta Italia. Un’esperienza durata sino al 2005, poi siamo stati costretti a chiudere.

Nel 2003 con Francesco Suriano fondiamo una nuova compagnia, Teatri del sud.

E per tre anni ho avuto la fortuna e la gioia di lavorare con Francesco Suriano; i suoi testi scritti in dialetto calabrese sono stati per me una folgorazione. Testi magnifici che tra i tanti meriti hanno anche quello di aver dimostrato, attraverso un serio e appassionato studio linguistico, che il dialetto calabrese è una vera e propria lingua teatrale e letteraria capace di produrre grandi suggestioni e con una fortissima valenza evocativa. Le storie di Suriano sono calate nella cultura calabrese fino al collo e costituiscono un valido strumento per capire meglio la nostra terra così difficilmente definibile e complessa. Impensabile tradurre quei testi in italiano.

Teatri del Sud  era una compagnia autonoma e senza alcun finanziamento. Siamo riusciti in tre anni di attività a sostenerci – anche se senza guadagnare -, mettendo in scena due testi scritti nel dialetto reggino di Francesco.

Per diversi anni sono stato ossessionato dal problema dell’italiano. Ed è per questo che sono andato a cercare i dialetti.  La lingua italiana è una lingua burocratica , nata a tavolino, fredda; Annibale Ruccello la descrive perfettamente in “Ferdinando” quando fa dire alla sua protagonista, Donna Clotilde, che la lingua italiana è  “na lingua straniera… barbara! Senza sapore, senza storia… ‘Na lengua senza Dio”.

Una lingua non organica. E’ quindi ostica, faticosa per il palcoscenico. In teatro i personaggi si identificano con una lingua e sono identificati da essa. Una lingua che diventa corpo, gesto, malia.  In Italia nessuno parla l’ “italiano”. L’italiano si parla solo a teatro. Ma, paradossalmente, per ciò che attiene alla natura dell’accadimento teatrale, la lingua italiana non esiste.  Il veneto, il napoletano, il siciliano, invece si. In Francia è diverso. La lingua di Moliere e di Racine coincide col francese. I dialetti sono lingue organiche che affiancano al “concetto”, un “portato” emotivo e una stratificazione di sensi, indispensabile per creare una suggestione e trasmettere emozioni a teatro. La forza suggestiva dei nostri dialetti è immensamente superiore a quella dell’italiano. Per non parlare della loro immediatezza e la loro  capacità di sintesi. I dialetti e le lingue regionali sono talmente presenti nel tessuto culturale del nostro paese che si sono appropriati dell’italiano insinuandosi negli accenti tonici e fonici di ogni singolo significante.

Quando si scrive o si interpreta un personaggio ci si deve chiedere: Come parla? Quello che dice ci fa capire cosa pensa. Come lo dice ci fa capire chi è. E questo vale anche quando si scrive il lingua.

Fare teatro significa anche e soprattutto confrontarsi con problemi di linguistica nella sua accezione più ampia. Questo vale per gli attori, i registi i drammaturghi e i traduttori. Nelle traduzioni in italiano di testi stranieri, per esempio, spesso ci siamo ritrovati operai, servi, galeotti, assassini, barboni che hanno cominciato a parlare come segretarie e cancellieri. La cosa è avvenuta così frequentemente che abbiamo finito per costruirci un  immaginario e un gusto totalmente errato sulla lingua dei i grandi classici stranieri.

La tua è una recitazione vulcanica, potente ed estremamente efficace. Quali sono state le esperienze che ti hanno più segnato (in senso positivo e negativo, naturalmente)?

Io ho sempre creduto nella funzione medianica dell’attore.

L’attore come un medium, un tramite, un antenna che amplifica un segnale che esiste fuori di lui e che va intercettato e trasmesso. Questo è il compito di un attore in una qualsiasi comunità: intercettare e trasmettere. Ogni antenna amplifica certe frequenze e ne trascura altre ecco perché ogni attore è diverso dagli altri.

Ma mi sono sempre opposto all’idea dell’ attore, vanitoso, narciso, egocentrico. Credo sia esattamente il contrario; bisogna imparare a mettersi da parte per non costituire un interferenza,  cercare di trasmettere il “segnale” nella maniera più limpida possibile lasciando che il demone, il “Duende” Lorchiano, si manifesti pienamente.

Del resto, nella  Grecia del v secolo dove tutto è iniziato,  l’attore era detto Hupokrites. Per cogliere il significato del termine Hupokrites si deve far leva su una precisa valenza del verbo pokrinomai, quella di spiegare, interpretare i sogni o i prodigi. Come colui che spiega il sogno, lo rende comprensibile ad un destinatario, analogamente colui che interpreta una parte la rende percepibile ad un uditorio. Il testo che l’attore interpreta viene ad essere omologo al sogno già esistente ma non ancora reso intellegibile.

Radio Argo è un piccolo capolavoro di scrittura drammaturgica esaltato da una recitazione potente, da una eccezionale presenza scenica e da un’altrettanto straordinaria varietà e ricchezza di toni e registri. A PdT è stato uno degli spettacoli che ha convinto di più ed ha riscosso il consenso unanime di pubblico e critica…..

Questa più che una domanda è una considerazione che mi lusinga e mi imbarazza. Non saprei cos’altro aggiungere.

Posso solo dire che i tragici greci in pochi anni hanno espresso un sapere che ancora oggi risulta valido ed esaustivo per appagare l’analisi di una totalità di fenomeni. Hanno inventato strutture narrative perfette che ancora oggi sono il cardine della scrittura drammaturgia.

Hanno elaborato plots che sono giustamente saccheggiati da secoli da scrittori e sceneggiatori.

Lo stesso testo Radio Argo, scritto da Igor Esposito, non è un testo originale sul potere e le sue devianze ma, guarda caso, una “riscrittura” dell’Orestea, che di quei temi si è occupata prima di chiunque altro.

Con i loro personaggi, i grandi autori/filosofi della Grecia del V secolo hanno dato un nome ad ogni piega della nostra psiche, ad ogni conflitto, ad ogni impulso dell’animo umano. E parlando in maniera così profonda dell’uomo non invecchieranno mai.

Il teatro in Italia -come il resto del comparto cultura, peraltro-  non naviga in buone acque. eppure di teatro -e di cultura- si campa, eccome. secondo te quali sono le prospettive future e quali i possibili rimedi?

Io non sono mai stato d’accordo con la formula ormai abusata : “Con la cultura non si mangia o si mangia”. E’ un territorio dialettico che denuncia la totale mancanza di considerazione del concetto di lavoro intellettuale, di arte, di cultura.

La cultura (e quindi anche il teatro) è un valore non un prodotto.

Per cui per difenderla o attaccarla non si possono usare le argomentazioni che si usano per le attività commerciali secondo il codice profitto/perdita.

Con la cultura forse non si mangia, o forse si, ma sicuramente si cresce, si migliora. Chi si occupa di economia e politica culturale ha il compito di creare le condizioni perché questo valore irrinunciabile diventi anche fonte di profitto economico e non il contrario.

Far diventare cioè la cultura, intesa come valore, un prodotto di successo capace di creare profitto economico. Oggi invece non si ha alcun rispetto per il valore della Cultura come nutrimento dell’anima, si è smarrito anche il ricordo di una cosa chiamata anima e si cerca di trasformare i prodotti in valori di successo. Questa è una violenza imperdonabile e che conduce all’imbarbarimento e al caos.