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L’attore catanzarese Francesco Colella vince l’ Ubu 2010, il più ambito riconoscimento al teatro italiano

Scritto da on 15 gennaio 2011 – 15:46nessun commento

Il prestigioso Premio Ubu come Miglior attore non protagonista al calabrese Francesco Colella

 Il teatro calabrese ha ottenuto un meritato riconoscimento nella cerimonia dei Premi Ubu 2010, i più importanti premi di teatro in Italia, conferiti a due attori doc come Saverio La Ruina (di cui abbiamo già parlato) e Francesco Colella, che si sottopone volentieri alle nostre domande.

 

Chi e’ Francesco Colella?

Una domanda esistenziale…sono una persona di 36 anni che coltiva un mestiere che non si puo’ dire “mestiere”, di solito c’e’ un certo pudore nel pronunciare questa parola perché e’ piena di retorica, ma siccome quella della recitazione e’ un’arte e questo e’ un lavoro ebbene io faccio l’attore. Ecco chi e’  Francesco Colella: un attore, padre di due figli che cerca di andare avanti, tra l’amore per i figli e l’amore per il teatro.

 

Sei stato costretto ad emigrare da Catanzaro per raggiungere una dimensione artistica piena.

Diciamo che volevo fare l’attore sin da piccolo, facevo le scuole quando l’attore Lello Zingaropolo mi prese a fare qual cosina. Poi ho proseguito con amici come Salvatore Corea, coltivando questo grande desiderio di fare l’attore che però non sapevo come canalizzarlo. Sapevo benissimo che finite le scuole sarei docuto partire, perche’ identificavo Roma come il posto dove avrei potuto realizzare questa cosa, dove aveva sede l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’amico di cui avevo sentito parlare perche’ da li’ erano usciti dei modelli teatrali “alti”.  A Catanzaro quando ancora facevo la scuola nelle edicole negli anni ’80 vendevano video o audiocassette sul teatro di registrazioni di voci di grandi attori -Salvo Randone, Ruggero Ruggeri- io mi ero appassionato a questo ascolto. Quando feci il provino in Accademia e poi mi presero, sembravo un matto perche’ ero un diciottenne che presentava il Berretto a sonagli di Pirandello e l’impostazione che gli avevo dato  era quella di Salvo Randone, ma proprio lo imitavo, il risultato deve essere mostruoso pero’ penso che si siano inteneriti per questo mio amore per il teatro.  

Ho fatto un percorso se vogliamo istituzionale ma gia’ dire accademia e teatro significa accoppiare due luoghi che entrano in conflitto perche’ penso che per fare l’attore e regalare una verita’ in scena un’impostazione accademica e’ solo di ostacolo. Poi altre esperienze mi hanno levato le croste accademiche e mi hanno aiutato a disimparare perche’ l’insegnamento del teatro e’ una cosa difficilissima e puoi riceverlo soltanto attraverso dei maestri della scena oppure semplicemente attraverso un’esperienza diretta all’interno di progetti teatrali.

Francesco, ci sono delle persone che consideri i tuoi maestri?

I miei maestri sono  persone con le quali, come tutti i padri artistici, entri in contrasto pero’ poi ti fanno crescere.

Il mio maestro e’ Luca Ronconi, ho fatto 17 spettacoli con lui, e’ un artista che puo’ piacere o no…ma resta comunque uno dei piu’ grandi registi del ‘900, spero muoia a 100 anni ma sicuramente quando succedera’ il suo nome sara’ insieme a quello di Eduardo, Visconti, Strehler.

Ho fatto un’esperienza diversa rispetto ai colleghi che si coltivano il proprio teatro ma penso che sia un’esperienza onorevole anche questa, cioe’ riuscire a farsi pasta nelle mani di un maestro. Imparare ad essere strumento della fantasia di un grande artista non e’ male, primo e’ una lezione di umilta’ e secondo fà in modo che attraverso l’osservazione o quello che vedi o quello che ti propone quest’artista tu possa uscire fuori da te, da quel piccolo mondo per  cercare di raggiungere un ideale che ti propone quest’artista. Ronconi propone veramente delle sfide enormi a volte irraggiungibili, pero’ quello che chiede e’ gia’ teatralmente molto interessante oltre che molto faticolso; quindi devo essere sincero e’ stata una bellissima palestra. Dopo l’esperienza con il Piccolo ho avuto sempre più la voglia di coltivare le mie cose, la mia musica e quindi con i registi della mia eta’, cercando una forma di comunicazione magari piu’ semplice ma che rivelasse di piu’ la mia personalita’.

 Da Ronconi all’UBU……

Si, da Ronconi all’UBU, che tra l’altro ho vinto per uno spettacolo che ho fatto con lui e per per un altro che ho fatto con un regista piu’ giovane, e sono contento che questo premio coniughi le due esperienze non siano entrate in conflitto.

E’ bellissimo ricevere un premio, perche’ dimostra che c’e’ attenzione nei tuoi confronti da parte di gente appassionata di teatro, giornalisti, critici che decidono di regalarti questo premio, cosa vuoi chiedere di piu’? Ma un premio non e’ un punto d’arrivo, e’ un segnale di fiducia da chi ha apprezzato il tuo lavoro e’ un monito a continuarlo e migliorarlo.

 Oltre a Ronconi con chi hai collaborato?

Ronconi e’ stato il filo rosso tra quelli rappresentativi del teatro italiano. Adesso sto lavorando con Federico Tiezzi e Sandro Lombardi a I Promessi Sposi dove io faccio uno strano Renzo. Sto anche collaborando con Francesco Lagi con cui abbiamo scritto una drammaturgia sull’ Asino d’oro di Apuleio.

E’  molto difficile stabilire cosa fare o proporre… quello che penso io e’ che bisogna ristabilire una grammatica della comunicazione perche’ se una volta esisteva un teatro alto di tradizione e un teatro d’avanguardia che cercava di rompere questa tradizione destrutturando il linguaggio adesso non esiste ne’ l’uno ne’ l’altro. Oggi il teatro di tradizione e’ di bassa lega, la gente non lo riconosce piu’ e  quello che mi pongo come obiettivo e’ di cercare di capire come ristabilire una grammatica di comunicazione nei confronti del pubblico, come poter raccontare una storia in maniera migliore a volte piu’ semplice. Attualmente sto lavorando all’Apocalisse di Giovanni che è una sfida vera e propria da laico. Ma prima che essere un testo sacro l’Apocalisse e’ un magnifico pezzo di letteratura immaginifico, stupendo, meraviglioso, visionario. Penso che per un attore sia una bella occasione… Il debutto come abbiamo fatto l’anno scorso con L’asino d’oro sarà all’ Universita’ di Bologna con l’introduzione di Umberto Eco. Questa volta saremo introdotti da Enzo Bianchi che e’ fondatore della comunita’ di Bosio oltre che essere noto teologo.

Ti posso chiedere per quale motivo ritieni che nel teatro esista di una linea di separazione netta tra quello antico e quello off?

No, teatro tradizionale non è antico e se c’e’ e’ un cadavere che trascina sè stesso insieme ai suoi spettatori. La maggior parte delle volte il teatro è autoreferenziale, a volte d’intrattenimento, ben venga…pero’ il teatro e’ un mezzo di conoscenza, e’ la cronaca dei tempi, e’ qualcosa di piu’ alto. Quando il teatro cosiddetto di tradizione veniva fatto da un certo Visconti, da Franco Enriquez, dallo stesso Ronconi c’era una societa’ che si riconosceva o entrava in contatto con questo teatro perché ad un certo punto l’esigenza era quella di destrutturare un linguaggio ritenuto borghese per trovare nuovi linguaggi. Da li nascevano Meme’ Perlini, Carmelo Bene, lo stesso Ronconi, insomma era una realta’ ricchissima dove uno poteva vedere spettacoli meravigliosi, operazioni cosiddette di tradizione oppure d’avanguardia. Oggi questo non c’e’ più, non c’e’ neanche nella societa’ un dualismo borghesia/antiborghesia, e’ tutto molto massificato, confuso, esiste un teatro di ricerca, ma chi cerca di fare ricerca adesso cercando di destrutturare il linguaggio non si capisce cosa destruttura perche’ per destrutturare un linguaggio vuol dire che esiste ancora un linguaggio. Molta parte del teatro oggi non rappresenta realmente il futuro, non entra in dialettica vera con la gente… e’ un’ovvieta’ ma noi dobbiamo rispondere a poche domande, perche’ viviamo, perche’ vale la pena vivere, perche’abbiamo voglia di essere amati e di amare e perche’abbiamo paura, il teatro risponde a queste domande. Riconoscere valore ad un grande attore e’ una maniera per compiacere se’ stessi nel senso che applaudendoti io applaudo me stesso perche’ riconosco la tua tecnica, il tuo virtuosismo, la tua bravura. In realta’ sarebbe bello applaudire una storia che parla di noi e qundo si esce da uno spettacolo in qualche modo si ha voglia di parlare della nostra vita o di guardare la nostra vita e vedere quello che siamo. Lo  spettacolo riuscito per me è quello che apre delle porte, ti fa fare delle riflessioni su di te, non su quello che hai visto o sulla bravura dell’attore.

 

Hai una concezione socratica del teatro…

E’ vero che il teatro aveva quella funzione, e se oggi ha una funzione non puo’ che sprigionarne in questo senso. Perche’ anche quando la gente va a vedere uno spettacolo e’ sempre fiduciosa di ricevere una risposta a quella domanda, se no perche’ io prendo un biglietto, mi aggrego a tante altre persone, faccio questo sforzo, mi metto li’, si apre il sipario ascolto per due ore…insomma uno se lo deve chiedere ogni tanto perche’ c’e’ questo gesto fisico, si dà troppo per scontato, troppo soprattutto in un mondo virtuale come questo, un gesto fisico e’ ancora piu’ forte e va rispettato.

Anna Puleo