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Potenza del silenzio: Scimone e Sframeli tornano in teatro con La festa

Scritto da on 20 dicembre 2014 – 10:20nessun commento

E’ uno dei più acclamati esponenti della drammaturgia italiana, più volte vincitore del Premio Ubu, il maggiore riconoscimento al teatro italiano, e del Premio Hystrio. Eclettico dispensatore di storie e di parole, Spiro Scimone, insieme a Francesco Sframeli rappresenta una delle punte di diamante del teatro contemporaneo, che sabato 20 dicembre approda a Polistena (Rc) alla Residenza teatrale Dracma con un testo cult, La festa, di cui è autore e interprete, con la regia di Gianfelice Imparato.

la festa 1Tradotto in francese e rappresentato dalla prestigiosa Comédie Francaise, con la regia di Galin Stoev, e inserito nel programma della Stagione Culturale della Presidenza Francese dell’Unione Europea, più volte rappresentato in altri paesi, La festa, prima opera in italiano dopo la scelta del dialetto messinese della prima stagione, è un gioco crudele, sadico e grottesco tra i componenti di una famiglia, di cui non conosciamo neanche i nomi ma il ruolo, che si trascina giorno dopo giorno tra triti rituali e banalità di ogni genere, branditi come armi affilate che si insinuano nell’animo con raffinata ferocia.

 

La scrittura sincopata e i dialoghi ridotti all’osso, intervallati da lunghe pause, l’uso dei corpi, frenati in una rigidità che li inchioda a sè stessi, inesorabile, esaltano l’impossibilità di comunicare in un meccanismo che pendola tra straniamente e negazione, della vicenda come dei personaggi, che Scimone priva “di profondità e prospettiva, e li fa diventare una sorta di insieme di voci echeggianti nel vuoto di una scena piatta, come se fossero ombre” (V. Scocca).

Scimone e Sframeli festeggiano così i 20 anni di un fortunato sodalizio, avviato con Nunzio, opera pluripremiata, che si avvaleva della regia del grande Carlo Cecchi, trasposta in un film, Due amici, vincitore alla 59ma Mostra del Cinema di Venezia, che insieme a una manciata di opere (Pali, Bar, Il cortile, La busta, Giù e naturalmente La festa) ha contribuito a dare nuova linfa a un universo teatrale quantomai variegato, pesantemente segnato dai grandi nomi come Pirandello, Fo, De Filippo, Pasolini, che oggi vengono riproposti in una rilettura che ne attraversa temi ed estetica.

 

Una drammaturgia che dopo “dieci anni … si conferma attuale: cinquanta minuti, nessun fronzolo, efficacia comunicativa e scenica totale. Un lavoro di eccezionale potenza, che non si dilunga inutilmente e si conficca nella carne, parola dopo parola” (R. Francabandera).

 

Quando si ha a che fare con Scimone e Sframeli si ha a che fare con la sottrazione. La sottrazione di frasi realmente compiute costringe il tema a rarefarsi, si costringono con esso tutte le sfumature di una riflessione che perde angoli poco a poco. Come scrivendo a matita. Prima o poi viene via. Le frasi non restano, non restano gli accenti. Inciampa, la dizione, nel nodo nascosto del parlare dialettale. Il movimento è terreno, scelto e posizionato esattamente dove quella sottrazione viene applicata, generando assenza; stretto, il senso di quelle frasi in dissolvenza, nello stesso nodo in cui inciampa la dizione: la parola storpiata. La parola tronca, la cadenza, il ricordo di una lingua embrionale, di rapporti secolari contratti in pochi respiri. È tutta, tutta materia in dissolvenza. (S. Logatto)