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Quasi quasi m’ammazzo, la commedia agrodolce di Giuseppe Vincenzi

Scritto da on 25 aprile 2016 – 08:48nessun commento

Se la soluzione ad una vita d’insoddisfazioni soggiogata dalla forca della miseria fosse davvero di farla finita? No, niente di tragico, né di allarmistico. Il piangersi addosso, tipicamente meridionale, non risolve né aiuta a cambiare strada. Piuttosto girarla in…commedia, e riderci su guardandosi sul palcoscenico.

Gruppo-di-famiglia-in-un-interno_largeGruppo di famiglia (borghese) in un interno, il gioco dei luoghi comuni e delle apparenze da rispettare, i vizi di una classe spazzata via dalla crisi e da una forbice sociale che si muove inesorabile tra gli antipodi. Sono gli ingredienti di  Quasi quasi m’ammazzo va in scena i prossimi  2-3-4 maggio al Piccolo Teatro dell’Unical, interpretata da Alessandra Chiarello, Paolo Mauro, Ciccio Aiello, Stefania De Cola.  Commedia brillante, firmata da Giuseppe Vincenzi, scrittore e musicista, cosentino di stanza ormai a Parigi, che torna a gettare lo sguardo e la penna sulla sua terra ma con la prospettiva di chi la osserva da migliaia di chilometri di distanza.

Usando i toni della satira e della farsa per descrivere il grottesco universo borghese, tinteggiato nella quotidianità che adombra, per decoro, cadute e basse virtù. E una umanità liquida più attenta ai videogiochi e alla ossessiva presenza sulla Rete  che alle sofferenze dell’esistenza.

Il testo, pur non rinunciando a un’osservazione critica della nostra quotidianità borghese, vuole riappropriarsi dei toni di una comicità delicata, raccontando una storia che ha il principale e dichiarato scopo di intrattenere il pubblico: questa volta non sarà la comicità ad alleggerire i contenuti di critica sociale, ma al contrario, la satira sarà il condimento di un racconto leggero. ‘Quasi quasi m’ammazzo’ è il racconto divertente e surreale dell’ultima cena di un uomo, in un triste e isolato ristorante di una grande città dove non ci sono camerieri… Marco, il protagonista, è un piccolo imprenditore ormai sfinito dai debiti, decide di ritirare tutti i soldi che ha in banca, dando fondo ad ogni sua risorsa, e di lasciarli alla moglie per saldare tutti i debiti, dopodiché, secondo la logica dei tempi moderni, dovrebbe farla finita. Decide di riflettere sul da farsi: ‘Intanto mangio, e poi quasi quasi m’ammazzo’.

Teatro dell’assurdo, dietro il quale si intuiscono Petronio,  Fellini e  Bunuel, per non parlare del maestro 8_e mezzoAlmodovar.  Leggerezza è la parola d’ordine. Perché il sentirsi leggeri confonde il paradosso di avere coscienza sul presente e lascia immaginare un futuro possibile. Leggerezza perché il pubblico possa saziarsi e non irretirsi, perché le scene risultino proiezione per cui sghignazzare di gusto. Quattro attori, triangolazioni e geometrie dettate dalla parola, materiale creativo singolare per rendere l’atto da verbale a carnale, materico.