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6 aprile 2017 – 08:36 |

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Visioni mediterranee: La Magara, storia di streghe e libertà femminile

Scritto da on 5 dicembre 2016 – 09:43nessun commento

Inauguriamo una nuova rubrica che ospita brevi recensioni a spettacoli, mostre, libri, firmate da Massimo Iiritano, filosofo, scrittore (il suo ultimo libro è Gioacchino da Fiore. Attualità di un profeta sconfitto, Rubbettino), instancabile animatori di incontri e laboratori, soprattutto nelle scuole, per diffondere la filosofia a 360°, partendo dai più piccini. Con La Magara  Emanuela Bianchi (Confine Incerto) porta in teatro la storia di una ‘magara’ del profondo Sud,

protagonista dell’ultimo processo di stregoneria tenuto nel Regno delle due Sicilie. Storia di una donna libera e determinata, che da un paese dell’entroterra calabrese, Zagarise, in un contesto sociale dominato la-magara-247_1850486890702133488_nda una legge declinata totalmente al maschile, seppe alzare la voce per portarla sino alla capitale del Regno (siamo nel ‘700), Napoli, e alla corte di Ferdinando di Borbone.

Lo spettacolo, scritto da Emanuela insieme a Emilio Suraci, vincitore del Premio della Critica Gaiaitalia.com al Roma Fringe Festival 2014, mette in scena un mondo misterioso e arcaico ma legato alla natura, in cui la sapienza e la libertà femminile viene repressa per riaffermare il principio della “complementarietà” -e quindi della controllabilità- tra corpo femminile e paternità, come scrive Luisa Muraro in un testo imprescindibile come La signora del gioco. Cecilia Faragò, ricca massara e profonda conoscitrice delle erbe e delle loro proprietà, rifiuta il ruolo di donna vittima, assume un giovane e brillante avvocato e decide di utilizzare il processo come luogo in cui far venire a galla ed esplodere menzogne e contraddizioni di una intera società. Alla fine, a vincere è lei. La magara.

 

L’opera di Emanuela Bianchi è un percorso coinvolgente, che ci trasporta progressivamente, nei sensi e nei pensieri, negli occhi e nella mente, attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio. Racconto di una vita, ma anche di una storia: di una vicenda personale che diviene vicenda storica, momento di autocoscienza per un’intera epoca: una modernità che tarda ancora ad imporsi sui retaggi antichi della sacralità medievale.

Eppure non è ancora qui, non è tanto questo, nella mia lettura dell’opera, la sua chiave fondamentale. Quanto, ancor di più, nella sua sorprendente attualità.

L’elemento storico passa infatti in secondo piano dinanzi all’emergere di un dramma la-magara-2569_7441195180503764948_nesistenziale senza tempo, che ci narra delle infiniti solitudini di una donna e del pervasivo diffondersi del meccanismo vittimario della diceria e della maldicenza. Del fatale stringersi di quel “cerchio vittimario” che, come ci insegnava Renè Girard, progressivamente si autoalimenta, mietendo sempre più facili consensi intorno a sé, nel progressivo e inarrestabile offuscarsi di ogni possibilità di esercitare ancora la veglia della razionalità e del giudizio.

Perché Cecilia Faragò dovesse essere additata come “strega”, nel secolo che era stato in Europa portatore dei lumi e della modernità, nessuno in realtà saprebbe veramente spiegarlo. E il giovane avvocato catanzarese con la sua lucida e vittoriosa invettiva sta ancora ad indicare, nonostante tutto, che il tempo delle Inquisizioni e delle streghe è ormai finalmente passato, anche nel Regno delle due Sicilie. Ma non così, ancora, nel ristretto cerchio del borgo in cui pure, la sventurata Cecilia, stenterà a farsi valere, nonostante le sentenze favorevoli, nonostante tutto.

Resistenza arcaica che purtroppo la Chiesa troppe volte ha esercitato e continua ad esercitare, in tante realtà locali, ancora oggi, nella nostra regione. Paesi che vivono ancora delle loro dinamiche misteriose, incomprensibili e impenetrabili dall’esterno, perché quell’esterno ostinatamente respingono. E che divengono frontiera invalicabile per qualsiasi autentico fermento di sviluppo e di maturazione, non semplicemente e rozzamente economica, ma più concretamente umana e civile delle popolazioni.

Massimo Iiritano