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Cinema: Biancaneve nella Plaza de toros. Firmato Pablo Berger

Scritto da on 1 aprile 2014 – 10:02nessun commento

blancanievesMartedì 1 aprile 2014, ore 20.45,  Falso Movimento presenta a Rovito (Cs)  Blancanieves un film di Pablo Berger.

Blancanieves è un film che fa credere nei miracoli e pensare che la bellezza possa ripulire il mondo. È la meraviglia dell’espressione artistica che riempie straripante il cuore e gli occhi e ci illude – almeno per l’intera giornata della visione – che le capacità umane siano grandi.

Scritto e diretto dallo spagnolo Pablo Berger, un’ora e mezza circa in cui vista e udito, quotidianamente bombardati da stimoli fragorosi e luccicanti, sono coccolati e nutriti con una qualità suprema. Può sembrare paradossale ma il bianco e nero in cui è girato è gravido e croccante, esalta ora il brillio delle pupille ardenti di Biancaneve, ora l’espressività malvagia della matrigna. Il silenzio è accompagnato da una colonna sonora che entra dentro ed è parte integrante della narrazione. Realizzata da Alfonso de Vilallonga, alterna flamenco a canti popolari spagnoli e musica da circo: un capolavoro dentro il capolavoro.

La voce-lamento di Sílvia Pérez Cruz ancora risuona straziante: “Blanca, de piel blanca, como la nieve, blanca, vestida de muerte…”.

Parlare di Blancanieves come di un film figlio del successo planetario di The Artist e dei suoi cinque Oscar è cosa inevitabile e contemporaneamente deontologicamente sbagliata. Sì, poiché sebbene il film di Pablo Berger (al suo secondo lungometraggio) si presenti come un’opera omaggio al cinema muto e con un’estetica a primo impatto del tutto simile a quella del film di Michel Hazanavicius, fin dalle primissime inquadrature se ne distacca completamente tradendo la morfologia linguistica propria del periodo antecedente al 1928 per utilizzare inquadrature e montaggio tipici del cinema contemporaneo.

Blancanieves, rispetto a The Artist, è più sanguigno e caldo. Le scelte di Berger non sono mai scontate e sono sempre stilisticamente e intimamente originali sublimi: il finale, dolce e amaro, aperto a diverse letture, è la summa di questa sua raffinatezza. Berger, cinquantenne al suo secondo lungometraggio, rilegge in chiave gotica la favola dei fratelli Grimm Biancaneve e i sette nani, ma ci fa dimenticare di ciò, con una storia che pare avere un canovaccio tutto suo, per poi ricordarcelo ogni tanto con richiami mai banali.

Siamo nel sud della Spagna tra gli anni ’10 e ’20 del secolo scorso. Non c’è un re ma un torero famoso, Antonio Villalta (Daniel Giménez Chaco). C’è una nonna meravigliosa, Doña Concha (la diva spagnola Ángela Molina), che inizialmente accudisce con amore la figlia del torero, la graziosa Carmencita (Sofía Oria), e le insegna il flamenco. Ma ovviamente c’è la perfida matrigna che si chiama Encarna (Maribel Verdú, Goya come migliore attrice). Odia la figliastra e la tratta con dispotismo sadico. Crescendo, Carmencita ha il luminoso volto di Macarena García (premiata ai Goya come attrice rivelazione) e, dopo aver rischiato la morte nel bosco, viene salvata da un gruppo di toreri nani che la chiamano Biancaneve… Il tutto condurrà ad un tetro e bellissimo finale in cui non c’è spazio alcuno per un Happy End.

Una lettera d’amore per il cinema europeo in silenzio, ispirata dalla fiaba dei Grimm, quanto da una fotografia di nani della corrida in España Oculta (1989) di Cristina García Rodero, e i maestri dell’espressionismo cinematografico degli anni ‘20.

Un paesaggio accattivante, tenuto insieme dal montaggio secco di Fernando Franco, la recitazione teatrale e la colonna sonora, con primi piani che evocano La Passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer, o le ombre di Murnau, ma anche le scene d’acqua di Jean Vigo, la vendetta dei nani omaggio ai Freaks di Tod Browning, e i continui riferimenti a Buñuel, insieme ad antesignani del cinema come lo zootropio, ombre cinesi e la Lanterna magica di tipo bull’s eye (occhio di bue) nell’occhio del toro. Blancanieves affonda le sue radici sì nel cinema muto, ma non per dirci – come in The Artist – che in fondo non è successo niente, che il trapasso è stato indolore. Al contrario, per sottolineare cosa ci saremmo persi, se qualcuno non avesse creduto che quel cinema in fondo era solo addormentato, e che bastava un bacio a risvegliarne la bellezza. (Cineforum Rovito)